PRIMA PAGINA
faq
Mappa del sito
Temi caldi
Temi caldi
Notizie
Attualitą
Politica
Economia
In Europa
Nel Mondo
Contrappunti
Intorno a noi
Cittą e Quartieri
La Regione
Religione
Notizie e commenti
Cattolici e politica
Documenti ecclesiali
Link utili
Cultura
Libri
Cinema
Musica
Fumetti e Cartoni
Teatro
Arte ed eventi
Storia
Scienze e natura
Rubriche
Focus TV
Sport
Mangiar bene
Salute
Amore e Psiche
Soldi
Diritti
Viaggi e motori
Tecnologia
Buonumore
Login Utente
Username

Password

Ricordami
Dimenticata la password?
Indicizzazione
Convenzioni


Politica - Notizie e Commenti
Risultati delle elezioni regionali: chi sale e chi scende Stampa E-mail
Vincono gli "opposti estremismi"?
      Scritto da Giovanni Martino
05/04/10
Umberto Bossi, Beppe Grillo, Antonio Di Pietro
Umberto Bossi, Beppe Grillo, Antonio Di Pietro
Dopo le elezioni, siamo abituati a sentire quasi tutti i partiti che si proclamano vincitori, o almeno vantano una “inversione di tendenza”. Le ultime regionali sembrano non fare eccezione. Ma se gli sconfitti - o quelli che hanno ottenuto un risultato appena discreto - hanno bisogno di esaltarsi, i veri vincitori li possiamo riconoscere perché sono quelli che tendono a sminuire il loro risultato: Lega Nord e Italia dei Valori.

Bossi definisce la Lega una “forza di stabilizzatrice” (!), e assicura che gli equilibri della maggioranza non cambieranno.
Di Pietro, addirittura, invita la sinistra a prendere atto della sconfitta. Può farlo perché, essendo l’unica forza di opposizione in netta crescita, vuole far intendere che solo la sua linea può essere vincente.

L’affermazione della cultura della sinistra giustizialista (convinta che i problemi dell’Italia si risolvano mandando in galera un po’ di avversari politici), di cui Di Pietro è il massimo esponente, è ancora più consistente se guardiamo al buon successo delle liste di Beppe Grillo nelle Regioni in cui sono state presentate.

Un’analisi formale – e un po’ retorica - dei risultati potrebbe concludere che “chi vince ha sempre ragione”: questi movimenti hanno saputo radicarsi, toccare le corde giuste dell’elettorato, ecc.

Un’analisi più critica, però, deve ricordare che chi vince è legittimato a governare, ma non ha sempre ragione; deve interrogarsi sulle prospettive offerte da questo voto: le “corde” toccate sono quelle del populismo e dell’antipolitica, della contrapposizione amico-nemico, che ci accompagnano da quasi vent’anni  e che non sembrano in grado di offrire un via d’uscita concreta al degrado della politica.
Populismo e antipolitica che, peraltro, non intercettano l'astensionismo dilagante.
(Una quota di consenso della Lega, a dire il vero, è dovuta alla militanza diffusa, all'apprezzamento per alcune amministrazioni locali, al recupero di un rapporto con parte del mondo cattolico. Ma la buona amministrazione è "neutra", ed è appannaggio anche di esponenti di altri partiti; il voto d'opinione leghista è consolidato dalle parole d'ordine di carattere populista, dal porsi come partito "di lotta e di governo").

Ovviamente, se gli altri partiti perdono consensi è perché non mostrano credibilità sufficiente. Anzi, finiscono spesso per assecondare gli estremismi e restarne prigionieri.

Le vie d’uscita non sono facili.
C’è un problema di “offerta” politica, cioè di scarsità di forze moderate (anche di colore politico diverso) che sappiano rendersi credibili.
C’è un problema di “quadro politico” (sistema istituzionale, sistema elettorale, sistema dell’informazione), che non consente facilmente a soggetti che parlino un linguaggio pacato di farsi largo nella politica strillata. L’antipolitica fa comodo a molti, soprattutto ai gruppi di potere che riescono più facilmente a condizionare le scelte di forze politiche deboli.
C’è anche un problema di “domanda” politica, cioè di una parte di elettorato che si immerge nello scontro tra tifoserie, che non sceglie sulla base di una cultura dei valori, che contesta gli abusi degli altri solo per poter meglio esercitare i proprî, all’interno di un sistema di potere ramificato nella cosiddetta “società civile”.

Ognuno di noi, nel suo piccolo, può e deve fare la sua parte, qualificando la “domanda” politica.

Ma passiamo in rassegna un po’ di vincitori e perdenti.

Umberto Bossi e i leghisti éé – Dopo aver consolidato le roccaforti di Comuni valligiani, Province (che la Lega non si sogna di considerare enti inutili), fondazioni bancarie, le truppe del Carroccio hanno conquistato le Regioni Veneto e Piemonte, e iniziato le scorrerie in Liguria, Emilia Romagna, e - persino - Umbria e Toscana, oltre i confini “padani”. Prossimo obiettivo annunciato: Milano. (Nel frattempo, meglio non lasciare che a presidiare la postazione del Comune di Venezia sia un alleato scomodo come Brunetta).

Antonio Di Pietro éé – Già rivendica la leadership del centrosinistra: ha affermato che bisogna scegliere subito il prossimo candidato premier, e che tale ruolo non potrà essere ricoperto né da lui né da Bersani. In pratica, un veto alla candidatura del segretario PD.
La sua posizione in prospettiva, però, sembra meno forte di quella di Bossi: De Magistris scalpita, Grillo vuole porsi come giustiziere antisistema… Insomma, quando si fa leva sul giacobinismo, arriva sempre uno più “puro” che ti epura…

Beppe Grillo é – Una risata ci seppellirà?

Magdi Cristiano Allam é – In Basilicata, come candidato presidente, prende l'8,7%... Un risultato dovuto in parte a tratti di orgoglio localistico (la coalizione era composta dal suo movimento "Io amo la Lucania" e da quello della Poli Bortone "Io Sud"), in parte all'adesione non balbettante ai valori cristiani, in parte forse alla solarità e schiettezza della persona. Un risultato che, seppur di portata locale, meriterà di essere meglio analizzato.

Silvio Berlusconi é – Se il suo progetto fosse la costruzione di un centrodestra moderato solido e nazionale, da lasciare in eredità alla vita pubblica italiana dopo il suo ritiro dalla politica, allora l’affermazione della Lega costituirebbe un grave battuta d’arresto. Ma il rafforzamento della Lega non è un imprevisto: il Cavaliere la considera alleato fedele sulle questioni giudiziarie, e ne asseconda tutte le istanze. Convinto – pensiamo – di poter trovare, al momento del bisogno, l’ennesimo colpo di teatro che salvaguardi la sua leadership.
Nel frattempo, può a buon diritto rivendicare che queste elezioni di “medio termine” non hanno avuto – come sempre accaduto in passato, e come accade sovente anche in altri Paesi – il significato di una messa in mora del Governo nazionale. Ed ha più forza per impostare le riforme da tempo annunciate.

Pierferdinando Casini çè - L’UDC si rivela determinante in sei Regioni su sette in cui ha stretto accordi con le altre coalizioni. Ma manca il bersaglio in Piemonte, dove aveva lanciato la sfida più grossa (quella alla Lega), e dove la scelta della candidata da sostenere (la Bresso) aveva suscitato le maggiori perplessità nel mondo cattolico.
La percentuale di consensi è stabile (in lieve calo rispetto alle europee, in aumento rispetto alle politiche).
Insomma: il risultato sarebbe discreto, ma se l’ambizione è quella di creare un’alternativa all’attuale bipartitismo muscolare, la strada è ancora lunga.

Pier Luigi Bersani ê- Anche se la sinistra ha perso alcune Regioni rispetto alle elezioni del 2005, può sostenere con qualche ragione di aver risollevato il partito dal baratro in cui l’avevano precipitato le gestioni Veltroni e Franceschini (per cui le critiche che gli vengono da questi ultimi sono davvero malinconiche).
Ma il prezzo pagato è quello di una linea ondivaga, incapace di difendere la scelta congressuale di allargamento dell’alleanza verso il centro e prigioniera delle ali estreme nella scelta delle candidature, anche se sapeva che ciò poteva portare alla sconfitta (Bonino, Bresso) o ad una vittoria insperata (Vendola, grazie all’insipienza degli avversari).
La stessa sudditanza verso gli estremismi – Di Pietro, movimento “viola”, ecc. -, del resto, la ritroviamo nelle politiche parlamentari: niente dialogo sulle riforme.

Gianfranco Fini ê- Non pervenuto. Riesce a strappare la candidatura della Polverini, e poi non dice una parola sulla questione della lista Pdl non ammessa (avrebbe potuto farlo anche come Presidente della Camera), e lascia che sia Berlusconi a trascinare al successo la “sua” candidata. Insoddisfatto della fisionomia assunta dal Pdl (ma pensava davvero che Berlusconi rinunciasse ad essere il dominus indiscusso?), sembra in preda a cupio dissolvi.
Starà meditando sui proprî errori e progettando finalmente una strategia di lungo respiro? O sarà in cerca di qualche nuova tattica di corto respiro?

Emma Bonino e i radicali êê – Straparlano di rappresentare la “vera Italia”, e passano da una sconfitta all’altra (le loro liste, nonostante l’esposizione mediatica della Bonino, hanno ottenuto percentuali risibili). Preoccupa non tanto il loro fanatismo velleitario, quanto il credito di cui continuano a godere in una parte del mondo politico.

Raffaele Fitto e gli ex dirigenti di AN êê - Berlusconi, anche se sente l’UDC come una spina nel fianco, ha favorito l’alleanza - o l’ha imposta (Campania) - ovunque serviva. Tranne che in Puglia, dove - come egli stesso ha ricordato nella riunione del Consiglio dei Ministri del 1 aprile - intendeva sostenere la candidata del movimento "Io Sud", Adriana Poli Bortone, appoggiata anche dall'UDC. Ma sul nome della Poli Bortone Berlusconi ha incontrato le forti resistenze del ministro Fitto (che voleva imporre la sua classe dirigente) e degli ex di AN (che avevano in antipatia la loro ex compagna di partito Poli Bortone), convinti di poter fare a meno di UDC e “Io Sud”. Risultato: Berlusconi ha assecondato la sua classe dirigente, e Vendola è stato rieletto.
Che Berlusconi abbia torto proprio quando si sforza di fare il “democratico”?

Gli organi d’informazione êê – Gran parte dei partiti si sono presentati alle elezioni senza programmi. I candidati Presidenti hanno elaborato i loro in pochi giorni e ne hanno fatto oggetto di una discussione superficiale. Insomma: se un tempo non si mantenevano le promesse, adesso... non ci si degna neanche di farle!
Gli organi d’informazione, che dovrebbero incalzare la politica sui contenuti (essere i “cani da guardia della democrazia”), si fanno parte politica, amplificano il chiacchiericcio. I potentati RAI (Santoro, Vespa, Floris, ecc.), si rifiutano di applicare il regolamento attuativo della par condicio approvato dalla Commissione di Vigilanza sulla RAI, dicendo che ingessa le loro “scelte editoriali”. E poi lamentano di essere “censurati” (?!)



Giudizio Utente: / 6

ScarsoOttimo 




Ricerca Avanzata
Aggiungi questo sito ai tuoi preferitiPreferiti
Imposta questa pagina come la tua home pageHomepage
Agorą
Lettere e Forum
Segnalazioni
Associazionismo
Comunicati
Formazione
Dagli Atenei
Orientamento
Lavoro
Concorsi
Orientamento
Impresa oggi
Link utili
Informazione
Associazionismo
Tempo libero
Utilitą varie
Link consigliati
Zenit.org
La nuova Bussola
   Quotidiana
Storia libera
Scienza e fede
Il Timone
Google
Bing
YouTube
meteo
mappe e itinerari
Google Maps e
  Street View
TuttoCittà Street
  View



Questo sito utilizza Mambo, un software libero rilasciato su licenza Gnu/Gpl.
© Miro International Pty Ltd 2000 - 2005