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Notizie - In Europa
Spagna, Zapatero sotto tiro: bruciati 4 mila posti al giorno Stampa E-mail
L’idolo dei progressisti europei sta portando la Spagna alla rovina
      Scritto da Guido Rampoldi
08/02/10

L’11 marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni politiche, i terroristi di Al Qaeda realizzano una serie di attentati a Madrid che procurano 191 morti. L’obiettivo è quello di condizionare il voto, scatenando tra gli Spagnoli una paura che li induca a punire il Partito Popolare (PP) di Aznar, “colpevole” di aver appoggiato gli USA nella loro campagna contro il terrorismo.
Obiettivo raggiunto. La sinistra cavalca con spregevole cinismo l’onda emotiva degli attentati. Il PP di Rajoy (il successore di Aznar, il quale aveva deciso di non ricandidarsi aspirando a ruoli internazionali) è colto alla sprovvista e gestisce male le ore della vigilia elettorale, balbettando l’ipotesi che la matrice dell’attentato sia basca e non islamista.
Cosicché un risultato elettorale scontato (il trionfo del PP, che veniva da anni di eccellente amministrazione) viene capovolto, e il Partito Socialista (PSOE) dell’evanescente Zapatero (il sosia di Mr. Bean) si ritrova quasi per caso al Governo del Paese.
Se un Governo non è eletto per la sua proposta politica, ma per ritorsione emotiva contro gli avversarî, può capitare che combini pasticci...
Così i socialisti, dal punto di vista economico, sfruttano l’inerzia dei precedenti successi. Zapatero non prende l’iniziativa di nessuna riforma socio-economica, prigioniero dei sondaggi, perché – sostiene - “la maggioranza ha ragione”. (Si badi bene: non dice “la maggioranza ha il diritto di  governare”, che è il fondamento della democrazia. Dice che la maggioranza “ha ragione”, rinunciando così al compito di ogni vero leader politico, che è quello di difendere le idee che ritiene giuste – anche nei periodi in cui nel mutevole sentire popolare hanno meno successo – e di elaborare su quella base un progetto politico moderno).
Ma non basta. L’ebbrezza del facile successo suggerisce a Zapatero di fare della Spagna il laboratorio di una rivoluzione culturale "relativista", disintegrandone il tessuto sociale e morale: matrimonio omosessuale (con facoltà di adozione di figli), abolizione dei termini “madre” e “padre” dal codice civile, divorzio brevissimo, aborto facile (legge attualmente in discussione), liberalizzazione della fecondazione artificiale e, come se non bastasse, l’estensione dei “diritti umani” alle... “grandi scimmie” (!!!).
Questa rivoluzione relativista fa di Zapatero l’idolo dei progressisti e laicisti europei, anche nostrani.
Oggi la Spagna inizia a pagare l’amaro prezzo dell’immaginazione al potere. Come attesta persino il resoconto (di cui pubblichiamo alcuni estratti) apparso su
la Repubblica, il quotidiano che più di tutti, in Italia, aveva osannato Zapatero...

 
In principio fu la Spagna di Aznar, l'Impero che risorge, la Reconquista (dell'America Latina), la Conquista (dell'Iraq), il Sorpasso in corso (sull'Italia), un'economia al galoppo e una classe dirigente così consapevole del proprio slancio che pareva quasi mettersi in posa, come i Grandi di Spagna, e i nani di corte, nei quadri del Velazquez. Caduto Aznar subentrò la Spagna di Zapatero, civica, solidale e non più imperiale, anzi fucina di imprecisate "Alleanze tra Civiltà", ma sempre due spanne più alta dell'Italia, superata nel prodotto pro-capite del 2008.

Però oggi l'esito di due epoche da primato pare la esse di PIGS, acronimo un po' razzista inventato dagli analisti anglosassoni per raggruppare quelle economie troppo indebitate che starebbero insozzando l'euro con i loro “maialeschi” deficit (PIGS, in inglese "porcelli", sta per le iniziali di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Ed è questo che oggi risulta intollerabile agli spagnoli. Non tanto lo scoprirsi fragili dove prima si credevano granitici. Quanto il tornare indietro di vent'anni, di nuovo intruppati in quell'Europa minore che pensavano di aver lasciato per sempre, insieme alle sue povertà e ai suoi affanni.

(...) Altra stampa stizzita invece si domanda perché gli economisti abbiano sfilato l'Italia dai PIGS, in effetti chiamati PIIGS ancora sei mesi fa, quando la nostra 'I' appariva nel gruppo. E non riesce ad accettare che il deficit italiano, per quanto straripante dai limiti di Maastricht, sia in percentuale la metà dello spagnolo. In pochi giorni siamo diventati un enigma fastidioso. Da anni la Spagna leggeva nel nostro declino la misura del suo successo. Fosse di destra o di sinistra, considerava Berlusconi l'autobiografia di una nazione. Ora fatica a capire come quel Paese bizzarro, l'Italia, possa permettersi il contro - sorpasso. Dov'è il trucco, com'è possibile? Converrà attendere la fine della corsa, però gli analisti che sfiorano in anticipo la questione convengono che l'Italia ha un tessuto industriale più solido e più diversificato. Inoltre i sistemi caotici sopportano meglio le situazioni di stress. In tempi normali la Spagna è avvantaggiata da un governo con poteri effettivi e uno Stato solerte esecutore. Ma in tempi di crisi quel sistema verticale può risultare rigido, perfino dannoso se il governo sbaglia.

E non v'è dubbio che nell'affrontare la crisi Zapatero abbia sbagliato, e sbagliato parecchio. A giudicare dall'ira dei giornali e dal rabbioso sconforto di molti suoi compagni di partito, nulla gli sarà perdonato. A meno che non gli riescano miracoli, sarà il capro espiatorio di una crisi vissuta dalla classe dirigente spagnola come un'umiliazione nazionale, una sconfitta storica, un oltraggio collettivo. I media della destra lo azzannano con una voluttà tetra. La sua popolarità è in declino. Nei sondaggi il Partido Popular ora sopravanza di 6 punti il suo partito socialista, dove per la prima volta ci si chiede ad alta voce se non convenga affidarsi ad un nuovo leader per tentare di vincere le elezioni del 2012.

Eppure è anche responsabilità della destra se l'economia spagnola è congegnata, dai tempi dai Aznar, nella forma che le è stata fatale. Il suo punto di forza: il turismo di massa, nel quale è seconda al mondo. Ma in un periodo di crisi mondiale il turismo di grandi numeri si assottiglia. Tanto più se proviene in parte rilevante dalla Gran Bretagna, e perciò è stato impoverito dalla debolezza della sterlina. L'altro pilastro: l'edilizia.
Società di costruzioni tra le prime dieci nel mondo. E lo sciame di piccole imprese che ha trasformato la costa in una linea ininterrotta seconde case per spagnoli e stranieri. Però un settore già maturo nel 2007, quando lo tramortisce definitivamente la crisi finanziaria mondiale.

Qui Zapatero commette il primo errore: applica una teoria giusta in modo pessimo. Cerca di uscire dalla crisi con una soluzione keynesiana. Finanzia miriadi di opere pubbliche, e così permette alle imprese di costruzioni di tirare avanti. Ma è mera sopravvivenza. Tutto quel costruire aiuole, abbellire strade e inventare parchi, che oggi fa di Madrid una delle città più curate al mondo, non produce ricchezza né in prospettiva lavoro.
Zapatero usa un secondo strumento keynesiano. In modo tardivo ma generoso, finanzia le banche affinché quelle a loro volta finanzino le imprese. Ma i banchieri devono ripianare le voragini prodotte da crediti inevasi e si affezionano al denaro su cui sono seduti. Lo ricevono praticamente gratis. Può rendere molto se investito con astuzia; pochissimo, se prestato agli imprenditori. Questi ultimi si sentiranno ripetere: ci dispiace, non date garanzie sufficienti.

Le elezioni del 2008 provocano un ulteriore danno economico alla Spagna. Il Psoe perde la maggioranza assoluta ed il governo è costretto a negoziare di volta in volta l'appoggio dei partitini regionali, i quali pretendono in contropartita copiosi investimenti pubblici. A rilevanti successi politici, come la coalizione anti-terrorista tra socialisti e nazionalismo basco moderato, corrispondono rilevanti esborsi.

Fin qui, errori ma anche sfortuna. Poi, l'imperdonabile. Zapatero nasconde la crisi. Per il governo resta a lungo parola impronunciabile. Si deve dire: "Decelerazione". E il segretario del Partido Popular, che nella campagna elettorale del 2008 chiama le cose con il loro nome, viene accusato dai socialisti di disfattismo anti-patriottico. Nell'autunno scorso, quando non è più possibile negare che il Paese è in piena recessione, Zapatero annuncia che l'economia spagnola è nella stessa condizione delle economie dell'Europa maggiore, e con quelle sta per tornare in attivo. L'uscita dalla crisi è "imminente", ripete in dicembre.

Pochi giorni dopo la verità lo travolge con l'uragano dei dati certificati dalla Banca centrale. La recessione più profonda da mezzo secolo (-3,6% su base annua nel 2009), e la più tenace del G20, dove la Spagna è l'unico Paese che non sia ancora tornato a crescere. La maggior caduta dei prezzi al consumo dal 1952.
Cinquecentomila case invendute. E soprattutto, la maggior distruzione di posti di lavoro che ricordino le statistiche nazionali (in dicembre ne sparivano quattromila al giorno, - 6.7% su base annua). Quel 19% di disoccupati, 40% tra i giovani, comportano un peso ormai intollerabile per le finanze pubbliche, e contribuiscono in parte rilevantissima ad un deficit che ha raggiunto l'11,7% del Pil. Nessun guru della finanza internazionale pronostica sventura; ma due tra i più ascoltati, Paul Krugman e Nouriel Roubini, ritengono che la Spagna, non la Grecia, oggi sia l'economia più pericolante dell'Eurozona.

Perché Zapatero ha taciuto? Nel processo al premier che comincia a spaccare il Psoe ("tornato a dividersi", ammette l'unico quotidiano zapaterista, Publico), si confrontano due tesi. La difesa vuole che Zapatero abbia cercato di evitare alla Spagna la terapia "di destra" - tagliare, tagliare, tagliare - che Bruxelles infligge automaticamente alle economie con la polmonite. Invece l'accusa lo vede prigioniero dei suoi limiti. E' un seduttore di folle terrorizzato dall'impopolarità. Ha garbo e un'eleganza naturale; gli manca la consistenza dello statista, cui mai come ora sarebbe chiaro che governare vuol dire scontentare. L'ha paralizzato la paura di uno sciopero generale. Sarebbe suonato come una mozione di sfiducia presentata da un largo settore del suo elettorato (nel 2008 votò Psoe il 59% degli spagnoli che si dichiarano di estrema sinistra). (...) 



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