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Politica - Notizie e Commenti
Contro il bipartitismo (e a favore di un bipolarismo pluralista e flessibile) Stampa E-mail
Le motivazioni nobili e meno nobili di chi vuole imporre uno schema basato su due soli partiti
      Scritto da Giovanni Martino
25/01/10
Il bipartitismo all'americana (l'asino democratico e l'elefante repubblicano) è ben diverso da quello invocato dai bipartitisti nostrani
Il bipartitismo all'americana (l'asino democratico e l'elefante repubblicano) è ben diverso da quello invocato dai bipartitisti nostrani...
Nel dibattito politico di queste settimane – ma anche degli ultimi due anni – si leva forte la voce di quanti invocano non solo il rafforzamento del bipolarismo, ma anche il passaggio ad un vero e proprio bipartitismo (due soli partiti, uno di destra e uno di sinistra).

Quanti invocano il bipartitismo sono sovente gli stessi che lanciano strali polemici contro le scelte di autonomia del centro. I due argomenti sono legati (si invoca il bipartitismo per “disinnescare” l’UDC), ma non sovrapponibili: il bipartitismo è una prospettiva che cancellerebbe anche Lega Nord e Italia di Valori, i quali però non sono fatti oggetto delle polemiche contingenti dei due maggiori partiti (anche perché questi sembrano pesantemente condizionati da Lega e IdV).

Dell’autonomia del “centro” converrà occuparsi in altra sede. Qui vorremmo riflettere sul bipartitismo, una prospettiva resa concreta da Veltroni con la scelta della “vocazione maggioritaria” del PD. Scelta che ha consentito a Berlusconi (sulla base di un patto segreto o sottinteso) di intraprendere un cammino speculare con la fondazione del PDL.

Gli esiti sono stati positivi? Le difficoltà della politica italiana possono essere risolte procedendo ulteriormente su questo binario?

Le argomentazioni a suffragio di questa tesi sono invero abbastanza fragili (come superficiale è un po’ tutto il dibattito politico): la necessità di un’ulteriore “semplificazione” del quadro politico non ci convince, come del resto ben si comprende anche dal titolo di quest’articolo...
Addirittura c’è chi cerca di aggirare del tutto il dibattito, sostenendo che “il bipartitismo è ormai un dato acquisito per gli Italiani”.

Piuttosto, ci sembra che i due maggiori partiti vogliamo semplicemente tirare l’acqua al loro mulino. Cosa di per sé legittima, almeno finché non compromette la possibilità di offrire una risposta ai problemi del Paese.

Ma proviamo ad argomentare meglio.


Alla ricerca del sistema ideale. Le esigenze di governo e di rappresentanza

Qual è il sistema politico migliore in assoluto?  La risposta è facile: non esiste.

Un sistema politico – in estrema sintesi - deve avere la capacità di garantire  e conciliare gli interessi di cui si fanno portatori singoli individui, famiglie e corpi sociali.
Il criterio di conciliazione sono i valori comuni, che danno tutela più piena ad alcuni interessi (individuati come diritti fondamentali), e tutela meno piena ad altri interessi (spesso contrapposti) in una sintesi mutevole che è quella del bene comune.

La capacità del sistema politico di garantire questi interessi, di perseguire il bene comune, risiede nella capacità di governo. Il popolo vuole – legittimamente – che le istituzioni abbiano la capacità di prendere decisioni e di attuarle (almeno nei settori in cui l’intervento pubblico può essere considerato necessario, e non invasivo).

Ma non basta.
La cultura politica moderna (anche se non è una novità assoluta) ha riconosciuto che i soggetti meglio capaci di riconoscere e tutelare gli interessi dei cittadini non sono i despoti “illuminati”, ma... i cittadini stessi. È la democrazia. Per cui il sistema politico deve garantire rappresentanza ai cittadini.

Un sistema politico, dunque, deve trovare un equilibrio tra l’esigenza di governo e quella di rappresentanza, tra autorità e libertà. Tale equilibrio dovrebbe essere costruito modulando le due componenti essenziali del sistema: l’assetto istituzionale (ordinamento - che definisce la "forma di Stato" - e bilanciamento tra poteri - che definisce la "forma di governo") e il criterio di rappresentanza (sistema elettorale).

L’equilibrio, come si può ben immaginare, non è facile.

Se si guarda all’assetto istituzionale, un Governo troppo debole, condizionato da dibattiti parlamentari estenuanti e da veti di componenti minoritarie, non può svolgere il suo ruolo. Per cui è necessario stabilire meccanismi che creino stabilità e le condizioni per le decisioni (tempi di discussione contingentati, sfiducia costruttiva, ecc.).
Viceversa, un Governo troppo forte può soffocare il dibattito democratico. Il che danneggia sia la qualità dei provvedimenti (da un confronto serio escono contenuti più validi) sia la rappresentanza reale degli interessi popolari (prevalgono le lobbies che hanno contatti diretti con gli organi di governo).

Se si guarda invece al sistema elettorale, una rappresentanza frammentaria, con tante voci discordi, può rallentare o paralizzare la capacità del governo che esprime. Per cui è necessario stabilire meccanismi di semplificazione (soglie di sbarramento e/o formule maggioritarie).
Viceversa, una rappresentanza eccessivamente semplificata soffoca la democrazia: le decisioni di governo vengono assunte da soggetti che garantiscono gli interessi di pochi, spolverandole con un po’ di demagogia.

Il sistema politico migliore in assoluto, come si diceva, non esiste. Ogni società, nei diversi contesti storici, culturali, economici, definisce il sistema più rispondente alle proprie esigenze.


Le cause della debolezza del sistema italiano

Qual è allora l’equilibrio di  sistema che può essere il più adatto all’Italia di oggi? Per capirlo, dobbiamo riflettere sulle cause dell’attuale debolezza di sistema.

In Italia, abbiamo conosciuto sistemi politici diversi.

I primi ottant’anni di Stato unitario hanno visto un ordinamento che dava priorità alla capacità di governo, con scarsa o nessuna apertura alle esigenze di rappresentanza democratica: si è passati dallo Stato “liberale” (in cui il voto era concesso a poche élites) al fascismo.
Bisogna rilevare che questo “decisionismo” non ha prodotto ottimi risultati...

Nel secondo dopoguerra, la costituzione repubblicana ha spostato decisamente l’equilibrio sulla rappresentanza, dando centralità al Parlamento. Corollario di questo ordinamento era un sistema elettorale – sia pure non costituzionalizzato – di tipo proporzionale “puro”.
Per quasi quarant’anni questo sistema ha garantito e ampliato le libertà, producendo al tempo stesso sviluppo e benessere: una sorta di “miracolo” con pochi uguali al mondo.

Negli anni Settanta il sistema ha iniziato ad andare in crisi.

Il primo fattore di indebolimento è stato un fenomeno crisi di sociale, il cosiddetto “Sessantotto”. Si trattava di una crisi di crescita, comune a tutte le società occidentali: l’aumento veloce di libertà e benessere può indurre a credere che questo sviluppo possa essere infinito, che i diritti possano essere slegati dai doveri.

Le crisi di crescita si superano più facilmente se c’è un sistema politico solido. In Italia, invece, andava sviluppandosi un ulteriore elemento di debolezza: l’impossibilità dell’alternanza.

Anche se la legge elettorale si basava su un meccanismo di tipo proporzionale puro, ciò non aveva impedito che si creassero due schieramenti principali, centrati sui due partiti maggiori (Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano) e sui loro alleati. Il problema, però, era che la dipendenza del PCI dall’Unione Sovietica rendeva concretamente impossibile l’alternanza.

In ogni sistema l’impossibilità dell’alternanza consente, col passare degli anni, che la classe dirigente dei partiti di governo possa allentare la propria tensione morale. Non che l’alternanza sia sempre necessaria, perché l’alternativa potrebbe anche rivelarsi un peggioramento; ma deve esserci la possibilità concreta che si realizzi (e sarebbe utile anche in Emilia-Romagna e Toscana...), perché ciò impedisce a chi governa di cullarsi sugli allori.

L’impossibilità dell’alternanza ha prodotto in Italia un’ulteriore degenerazione: il consociativismo. A partire dalla fine degli anni Settanta, i partiti di governo, non avendo la forza di affrontare con la necessaria decisione il Sessantotto, decisero di “assorbirlo” includendo nell’area di sottogoverno l’opposizione di sinistra: concessione di favori, cedimento a richieste irresponsabili, aumento spropositato della spesa pubblica (finanziata col debito che ancora oggi è sulle nostre teste) e – soprattutto – venir meno di una reale azione di critica ed opposizione.

Il sistema, volendo accontentare tutti, diventava incapace di assumere decisioni, e spostava il peso di questa incapacità sulle generazioni successive. Questo ha fatto nascere, negli anni Ottanta, il dibattito sulla necessità di riforme istituzionali capaci di dare più forza al Governo, consentendogli di affrancarsi dal consociativismo.

Non si parlava ancora di riforme elettorali capaci di stimolare l’alternanza: il sistema sovietico non era ancora caduto, ed era sottinteso che la maggioranza da rafforzare era quella dei partiti in quel momento al Governo (la cosiddetta coalizione "pentapartito": DC, PSI, PRI, PSDI, PLI).
A dire il vero, in quegli anni il leader del Partito Socialista, Bettino Craxi, teorizzò un surrogato dell'alternanza: quella tra partiti della maggioranza, che avrebbero dovuto alternarsi alla guida del Governo, sino ad allora appannaggio della DC (di gran lunga il partito più votato). Solo che si trattava di un surrogato che non rispondeva alle esigenze di trasparenza e pulizia morale che abbiamo disegnato, e per di più finiva col conferire ai partiti minori della coalizione (i cosiddetti "partiti laici") un potere sproporzionato rispetto al consenso popolare. 

Nel 1989 cade il muro di Berlino, crollano i riferimenti internazionali del PCI. I “comunisti” italiani, seppure in crisi d’identità e ancora formati alla vecchia cultura politica, non fanno più così paura ad alcune delle élites sociali ed economiche del nostro Paese, che vedono l’occasione di aumentare la loro sfera di influenza rispetto al sistema politico basato sui partiti (definito “partitocrazia”).

Gli strumenti di questa “spallata” al sistema sono l’azione giudiziaria (Tangentopoli) e le iniziative referendarie in chiave maggioritaria. Amplificati da una grande campagna di stampa promossa da testate di proprietà di gruppi finanziarî.

Evidenziando che la critica al sistema politico era alimentata da secondi fini interessati, vogliamo difendere quel sistema? Vogliamo negare che esistessero corruzione, invadenza dei partiti nella società, paralisi decisionale?
No: vogliamo evidenziare che alcuni problemi furono deformati.

Il problema della “partitocrazia”, per esempio, non consisteva nel fatto che i partiti (che soli possono rappresentare in maniera articolata e con un’identità politica chiara gli interessi dei cittadini) indirizzassero la vita politica (come del resto richiede la Costituzione). Il problema si presentava nel momento in cui i partiti si occupavano anche della gestione (e non solo dell’indirizzo), ma soprattutto nel momento in cui lo Stato invadeva campi non suoi.
La soluzione, allora, è limitare lo Stato. Preoccuparsi solo di limitare i partiti significa lavorare perché i loro apparati siano sostituiti - nel soffocare la vita civile ed economica - da altri interessi, meno trasparenti .

Insomma: per risolvere problemi veri furono suggerite risposte sbagliate; o, meglio, funzionali ad interessi particolari.

Tangentopoli ebbe un evidente significato politico (ne abbiamo parlato in altro articolo). Non si focalizzò sulle cause reali della corruzione (che continua ancora oggi, in forme diverse), fingendo di ignorare che questa coinvolgeva tutti i partiti (compreso il PCI/PDS/DS). La giustizia fu strumentalizzata per colpire un avversario politico; un male che ancora oggi corrode la politica italiana.


Le spinte verso una correzione maggioritaria e quelle verso il bipartitismo

I referendum per il maggioritario del 1993 segnarono la comparsa sull’agenda politica della questione dell’alternanza e della possibilità di scelta effettiva, da parte degli elettori, di alleanze e programmi di governo.

La speranza referendaria, però, univa due correnti di pensiero distinte, e persino divergenti.

C'era chi partecipò al referendum (come anche chi scrive...) per introdurre – sia pure con le limitazioni che consentiva un referendum abrogativo – elementi di semplificazione nel quadro politico, rafforzare il mandato di governo e non solo di rappresentanza degli elettori.
C'era chi, insomma, voleva introdurre elementi maggioritarî in un sistema che restasse pluralista.

Altri, invece, perseguivano una riforma pienamente maggioritaria - e tendenzialmente bipartitica -, fornendo in questa direzione un'interpretazione dei referendum abusiva e contraria agli interessi del Paese.

Il nocciolo del problema della possibilità dell’alternanza si era risolto da sé con la caduta del Muro di Berlino.
La spinta verso il maggioritario pieno, invece, serviva piuttosto a disarticolare i partiti popolari che avevano un’identità politica chiara (ed era una spinta che precedeva la campagna referendaria di inizio anni '90: basti ricordare il Piano di rinascita democratica della Loggia massonica P2). 

Infatti, le élites ideologiche o di potere di cui abbiamo parlato, che volevano colpire il sistema dei partiti per accrescere la propria influenza, promuovevano il bipartitismo perché - come ci apprestiamo a spiegare - questo sistema ostacola le culture politiche riconoscibili, e quindi innanzitutto le culture portatrici di interessi popolari: si voleva colpire innanzitutto la presenza del cattolicesimo politico, anche se non solo quella.
La scorciatoia delle élites è quella di concedere ai cittadini un protagonismo confuso e demagogico, più facilmente manipolabile. Parole d’ordine forti, capaci di attirare emotivamente il consenso; parole d’ordine slegate però da un progetto politico complessivo che garantisca nel loro insieme gli interessi di chi lo sceglie, e possa quindi essere oggetto di un consenso davvero consapevole.


Il bipartitismo, falso rimedio

La spinta al bipartitismo, quindi, precede l'esaltazione che ne fanno oggigiorno le due maggiori forze politiche.

L’attuale legge elettorale è di tipo “misto”: ad elementi maggioritarî (premio di maggioranza) e di semplificazione (sbarramenti) si affiancano elementi proporzionali (voto di lista).

I fautori del bipartitismo – a destra e a sinistra - sostengono che sono gli elementi proporzionali a ingessare il sistema, e premono per un rafforzamento di una logica maggioritaria e bipartitica. Parliamo di logica, perché in questo momento non propongono modifiche in tal senso alla legge elettorale (anche per non scatenare la reazione di Lega e Italia dei Valori), ma cercano di raggiungere lo stesso risultato con la propaganda politica.

Altri – e noi ci riconosciamo in questa posizione - ritengono che invece resta valida l’esigenza di un equilibrio tra dimensione proporzionale e dimensione maggioritaria (sia pure con modalità più efficaci di quelle offerte dall’attuale legge elettorale), perché solo questo equilibrio consente di contemperare esigenza di governo ed esigenza di rappresentanza.

Non entriamo nel merito delle riforme elettorali capaci di rimodulare questo equilibrio; ne abbiamo parlato in un altro articolo. Ciò che vogliamo sottolineare in questa sede sono i rischi di una deriva bipartitica.

L’esigenza della “semplificazione”, lo dicevamo inizialmente, significa poco. Via via semplificando, qualcuno potrebbe richiedere il partito unico. E, anche all’interno del partito unico, ci sarebbe chi sostiene che troppi galli a cantare non fanno mai giorno...

Innanzitutto, è una logica che non esprime una maggiore capacità di governo, ma produce alibi.
Infatti, giustifica i proprî fallimenti suggerendo che esiste sempre qualche impedimento, un boicottaggio, un complotto. Se si potessero eliminare tutti i concorrenti (esterni ed interni), allora sì che si potrebbe affermare la “politica del fare”...

In secondo luogo, due soli partiti restringono lo spazio delle scelte dei cittadini.
Ma non basta: inquinano il voto.

Infatti, due soli partiti finiscono inevitabilmente per essere grandi contenitori di opzioni e sensibilità diverse, che si presentano alle elezioni senza identità politiche definite. Insomma: l’elettore non sa per chi vota.

“Si vota il programma”, viene detto.
Ma questo “programma” consiste in 200 pagine confuse e attente a non scontentare tutte le diverse anime del partito-contenitore.
O magari si riduce a 10 slogan ad effetto, individuati con accurate politiche di marketing, capaci di coinvolgere particolari segmenti di elettorato; lasciando però scoperta tutta una serie di argomenti su cui le lobbies interne al partito si riservano mani libere.

Inoltre: quali eletti dovranno realizzare quel programma?
L’anticlericale arrabbiato o l’ateo devoto? Il cattolico “adulto” o quello liberale? Il sindacalista o l’uomo di Confindustria? L’antiproibizionista libertario o lo statalista? Il medico lobbista delle case farmaceutiche o quello attivo nelle realtà no profit?

Al mondo esiste un unico sistema pienamente bipartitico: gli Stati Uniti (in Inghilterra i partiti principali sono tre). Senza volerci addentrare in pregi e difetti di quel sistema, ci limitiamo ad evidenziare che se due grandi partiti devono contenere sensibilità diverse, bisogna che al loro interno esistano meccanismi che consentano la scelta tra queste sensibilità.

Ebbene, negli USA ogni candidato ha un suo progetto politico definito e articolato. I simpatizzanti del partito, con le elezioni primarie obbligatorie e regolate per legge, scelgono gli uomini e i loro programmi. Il personalismo della politica richiede che i candidati si mettano a nudo, e consente un giudizio anche di merito politico.
Insomma: non esiste un vertice di partito, una nomenklatura (Berlusconi, Fini; Bersani, D’Alema, Veltroni, Fioroni) che coopta e nomina i rappresentanti dei cittadini sulla base della fedeltà personale. C’è una grande mobilità, chi perde si fa da parte o salta un giro.

Una via diversa per garantire pluralismo all'interno dei grandi (come dei piccoli) partiti è quella di una reale democrazia interna: tesseramenti trasparenti, congressi sulla base di mozioni chiare, ecc.

Senza queste condizioni, propagandare il bipartitismo significa semplicemente restringere la scelta dei cittadini all’alternativa tra due blocchi di potere.
In Italia, abbiamo due grandi partiti-potere senza identità, che “corrono da soli” rifiutando le alleanze, non offrono democrazia interna per la composizione delle liste, non consentono il voto di preferenza...

Le alleanze, peraltro, si fanno anche nei partiti-contenitore. Ma sono tra gruppi di interesse, e non tra progetti politici; e il loro bilanciamento non è deciso in modo trasparente dagli elettori, che possono pronunciarsi solo sul risultato finale: prendere o lasciare.

Per evitare che i cittadini disertino le urne, o scelgano “terze vie”, bisogna surriscaldare la temperatura politica, creare un bipartitismo all’ultimo sangue, dipingere l’avversario come demone da esorcizzare: “vota per me, anche se non ti convinco, perché solo così puoi evitare un pericolo ben maggiore”.

Aggiungiamo però che, anche se in Italia ci fossero le condizioni statunitensi, resterebbero alcune obiezioni di fondo sull’applicabilità del sistema bipartitico nel nostro Paese.
Innanzitutto, già negli USA quel sistema rivela i forti limiti di rappresentanza, tant'è che l'affluenza alle urne è molto più bassa che altrove.
In secondo luogo, i grandi partiti sono possibili se non sono frutto di una forzatura, ma di una spontanea aggregazione, in un contesto che abbia una base di omogeneità sociale e culturale.
La situazione italiana è diversa. Esiste una grande articolazione - che è anche una ricchezza - sociale e culturale. In questa situazione, le grandi aggregazioni diventano cartelli elettorali destinati a spaccarsi dopo le elezioni, o animati da una feroce litigiosità interna (come oggi PDL e PD). E le primarie diventano competizioni tra partiti diversi, come quelle che ha inaugurato il PD in Italia: si rispetta il risultato solo se vince il proprio candidato.

Bisognerebbe infine ricordare che il personalismo politico, anche se sviluppato - come negli USA - in maniera più attenta ai contenuti presentati dai candidati, favorisce in ogni caso il populismo, indebolisce la capacità dei cittadini di scegliere con consapevolezza un progetto politico.

Io posso farmi, nel tempo, un'idea complessiva della linea politica di un partito. Quando poi devo scegliere - con le preferenze - il singolo candidato, posso concentrare il mio giudizio sulla sua onestà e capacità, sapendo che il suo progetto politico coincide con quello del partito.

Se invece la scelta di un progetto politico coincide con la scelta del candidato che ha una sua identità autonoma nel partito-calderone, una singola campagna elettorale (col meccanismo delle primarie, del collegio uninominale, o altro) non consente di farsi un'opinione completa neanche all'analista più attento. Figuriamoci al comune cittadino...
Il giudizio si fonda inevitabilmente sul carattere del candidato, sull'immagine che riesce a fornire, e - per gli elettori più attenti - su alcuni singoli contenuti slegati da un progetto politico complessivo.


Per un bipolarismo pluralista e flessibile

Criticare il bipartitismo non significa rinunciare all’esigenza che al giudizio dei cittadini siano sottoposti schieramenti omogenei, con un programma chiaro, capaci di governare.

Ma per soddisfare quest’esigenza non c’è bisogno della rigidità di un sistema con due soli partiti. Possono andar bene coalizioni in cui i cittadini possano non solo giudicare l’omogeneità dell’alleanza, ma anche dare peso – al suo interno - alla forza politica in cui meglio si riconoscano (e al candidato che più stimano).

Queste coalizioni possono essere tendenzialmente due, delineando un sistema con due poli (bipolarismo) multipartitici (e quindi espressione di pluralismo), anziché con due soli partiti.
Poli che convergano al centro, espellendo le estreme, cercando la maggioranza mediante la conquista del voto più moderato e responsabile, e non con la demonizzazione dell'avversario.
Poli flessibili, perché, in funzione del momento politico, possono anche disgregarsi e riaggregarsi: l'importante è presentarsi a ciascuna elezione chiedendo un mandato chiaro, e rispettandolo durante la legislatura. Pensare invece che un assetto politico debba essere perenne è segno di rigidità astratta (dovuta a fanatismo ideologico o al desiderio di mascherare interessi di potere).
Poli che, se un'emergenza sociale o istituzionale lo richiede, possano anche creare “Grandi Coalizioni” a termine.
È quello che succede in Germania.

Ovviamente, perché il pluralismo non diventi frammentazione, servono soglie di sbarramento sufficienti a filtrare forze davvero rappresentative di interessi sociali e indirizzi culturali diffusi, e non gruppuscoli di potere. Per rafforzare la capacità di governo possono essere utili meccanismi come la sfiducia costruttiva.

“Ma le coalizioni alimentano ingovernabilità, ricatti, veti incrociati”, reclamano i fautori del bipartitismo. “Gli stessi problemi li troviamo all’interno dei partiti-contenitore”, dobbiamo ribadire.

Il problema non è la formula. Il problema sorge quando le forze politiche, per paura di perdere, non hanno il coraggio di cercare aggregazioni su progetti chiari e concreti (e questo può succedere anche fagocitando tutto nel buco nero del partito-contenitore).

Del resto, è proprio la debolezza di proposta politica dei maggiori partiti che sembra aver rafforzato i partiti autonomi, mettendo in crisi il disegno di trasformare il bipolarismo in bipartitismo.
Il PDL asseconda e rafforza la Lega Nord, perché pensa di non poterne fare a meno (visto il grande radicamento territoriale dei "padani"), ma anche perché Berlusconi vede in Bossi l'unico alleato che lo ha sempre sostenuto senza riserve nelle vicissitudini giudiziarie.
Sempre il PDL ha anche inopinatamente fornito un nuovo spazio di azione politica all'UDC, nel momento in cui ha cercato di porre come un'imposizione l'inclusione in un nuovo partito unico, spingendolo al di fuori della coalizione.
Il PD, per parte sua, non ha il coraggio di superare con chiarezza giustizialismo e antiberlusconismo, finendo per rafforzare chi - Di Pietro - cavalca questi temi con maggiore spregiudicatezza.

Dobbiamo quindi concludere mettendo un punto fermo: le regole non possono sostituire i contenuti.
Per costruire il bene comune - ribadiamolo - serve innanzitutto chiarezza di idee sui valori che selezionano e conciliano gli interessi; serve un progetto politico chiaro su cui aggregare alleanze politiche stabili e richiedere il consenso della maggioranza degli elettori.
Nessuna architettura costituzionale-elettorale potrà mai riempire il vuoto di progetto politico.



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