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Religione e societą - Notizie e Commenti
Divino stupore Stampa E-mail
Apriamo gli occhi alle meraviglie della vita, superando uno scetticismo angusto e senza speranza
      Scritto da Gabriele Vecchione
25/01/10

"Io ho sentito e sento che la vita è splendida come un diamante, ma fragile come il vetro della finestra; e ricordo di aver provato un brivido ogni volta che ho sentito paragonare i cieli al terribile cristallo: ho avuto paura che Dio lasciasse cadere il cosmo mandandolo in frantumi". (G. K. Chesterton)

"Soprattutto tolgono il mistero e l’operare della grazia… ciò che conta è lo stupore". (C. Péguy)

La modernità che ci getta, spaesati, nella tristezza soffoca lo spirito e ruba l’anima. Le teorie ottocentesche che ritenevano che tutto si potesse risolvere nella scienza, nella materia o in un “Grande Architetto” estraneo alle vicende umane hanno lasciato la loro scia di sangue, hanno tolto la speranza a tanti e troppi uomini. Sparite poi le illusioni di una scienza-religione e fonte di ogni morale e di una materia increata ed eterna (sic!), non è rimasto altro che il nichilismo, anche se, nell’impari lotta tra l’essere ed il nulla (cioè, “l’assurdo” secondo Jean Guitton), a chi rifiuta Dio e ritiene, come Leopardi, Schopenhauer e Sartre, che “tutto sia nulla”, è richiesto un sacrificio della ragione più grande di quello che è richiesto ad un cristiano (che invece ritiene, con Bernanos, che “tutto è grazia”).

E’ un nichilismo che propone, all’uomo moderno, troppo spesso scettico per conformismo, idoli a buon mercato a cui chiedere vita. Allora si può comprendere quanto predisse Karl Barth: “Quando il Cielo si vuota di Dio, la terra si popola di idoli”. E si può comprendere anche quanto negli atti più banali della vita, che si succedono uno dietro l’altro, si cerchi di continuo quell’infinità, quell’eternità, di cui tutti abbiamo un’inestirpabile nostalgia: ma nell’illusione ansiosa di possedere, sapere e fare tutto, si rivela poi, inesorabile, la vanità di questa impressione d’eternità.

Gli idoli: del lavoro (Voltaire già esortava: “travaillons, sans rèflechir”, lavorare senza pensare, come bestie, per “rendere sopportabile la vita”), del successo, della carriera; del calcio che diventa una religione pagana con i suoi riti domenicali e infrasettimanali e i suoi talvolta cruenti sacrifici umani; del sesso che, per molti, è l’unica ragione, se è lecito chiamare così una certa genitalità, di vita (e di questo dobbiamo ringraziare i teorici della liberazione sessuale del ’68 che, a forza di dirci che “il privato è politico” et similia, hanno azzerato la sacralità, e la bellezza, dell’unione carnale tra uomo e donna).

La modernità ci illude di essere immortali e ci insegna a vivere come se la morte non fosse. “Gli uomini, non avendo potuto porre rimedio alla malattia e alla morte, hanno deciso, per rendersi felici, di non pensarci” - scrive Blaise Pascal: o ci pensano in extremis e, magari, come sovente accade, dopo aver predicato l’inesistenza di Dio, muoiono col Crocifisso tra le mani convinti, con san Paolo, che “senza Cristo non vi è speranza in questo mondo” (Ef, 2, 12). “Per quanto sia stata bella la commedia, l’ultimo atto è sempre una tragedia”: è la condanna a morte dalla quale nessuno riesce a salvarsi: “qualche palata di terra sulla testa per finirla per sempre”. Preparatevi, come le civette, - vegliate! - sembra avvertirci il francese:

“Anche voi – come càpita a tutti: la morte è la sola cosa sicura della vita – varcherete quelle porte misteriose e senza ritorno e vi troverete faccia a faccia col Mistero. Anzi, faccia a faccia proprio con quel Dio che, a sentirvi, nulla aveva a che fare con la vostra esistenza quotidiana. E invece, eccovi là, a fare i conti per tutta quanta l’eternità. Prendete tanto sul serio le piccole cose dell’effimera vita terrena – questa breve parentesi fra due insondabili enigmi – e non vi preoccupate di ciò che vi riguarderà per tutti i secoli dei secoli? Non ci credete? Vedrete! Basta dar tempo al tempo: questo, anche per voi, terminerà e vi troverete nella dimensione dove non c’è né principio né fine”.

Ma, se possibile, la modernità, l’epoca della grande depressione collettiva, della solitudine, dello scetticismo (e lo scettico “è realmente ad un pollice dal vuoto più spaventevole”, G. K. Chesterton) e del rumore, ha fatto di più e di peggio: ci ha tolto lo stupore, lo stupore dei bambini, la meraviglia dei bambini che scoprono cose e mondi nuovi. Lo stupore della Bellezza redentrice di Cristo che, secondo Dostoevskji, salverà il mondo; lo stupore del Bene supremo che ci aspetta, al cui solo pensiero Domenico Savio, un santo morto quindicenne, sveniva per la gioia; lo stupore della contemplazione del creato e di trovarsi immersi nell’Essere e di non riuscire neanche per un secondo a pensare e immaginare il nulla, intuizione che sic et simpliciter  non ci è data; lo stupore dell’enigma della vita: “mi fu rivolta la parola del Signore: prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato” (Geremia, cap. 1); lo stupore della fede, le ragioni della mente e la Grazia del cuore. Noi non abbiamo voluto la nostra vita, ma l’abbiamo avuta; non abbiamo lottato per avere l’intelligenza e l’abbiamo ricevuta. Abbiamo smarrito lo stupore di Gilbert Keith Chesterton, “un uomo vivo che non consente a morire mentre è ancora vivo” (Emilio Cecchi), uno scrittore del paradosso e del burlesco in guerra col cancro del pessimismo e commosso dalla via d’uscita dal Sepolcro percorsa dal Cristo; affascinato dallo spettacolo della vita a tal punto da scrivere: “tutte le volte che un treno arriva alla stazione, io ho il senso che si sia aperta la strada sotto il fuoco di innumerevoli batterie nemiche, e che l’uomo abbia vinto il caos… Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini! Io verserò lacrime di orgoglio leggendo l’orario delle ferrovie”. Nella sua Autobiography Chesterton ha scritto:

"Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma? La prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: “Per liberarmi dai miei peccati”. Poiché non v’è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati. Ciò trova la sua conferma nella logica, spaventosa per molti, con la quale la Chiesa trae la conclusione che il peccato confessato, e pianto adeguatamente, viene di fatto abolito, e che il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. […] Orbene, quando un cattolico ritorna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell’alba del suo stesso inizio, e guarda con occhi nuovi attraverso il mondo, ad un Crystal Palace che è veramente di cristallo. Egli sa che in quell’angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore. E’ un esperimento nuovo tanto quanto lo era a soli cinque anni.
Egli sta, come dissi, nella luce bianca dell’inizio, pieno di dignità, della vita di un uomo. Le accumulazioni di tempo non possono più spaventare. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti".

Lo stupore di sapere donde veniamo e perché; dove andremo e quando; di sapere che il mondo non è nero, né grigio, ma rosso: come l’amore e come la collera; rosso: come il sangue del Nuovo Testamento versato per noi. Quid est veritas? – chiese l’uomo senza risposta, senza sapere che la risposta era la più semplice di tutte e gli stava dinanzi: est vir qui adest. E’ l’incredibile sensatezza della vita umana, misteriosamente donata. Siamo voluti, e non casuali; frutto di un progetto, e non di coincidenze.

Hanno ucciso Dio, proclamando che era morto, ma in fondo, come riconobbe Andrè Gide: “Non credere in Dio è molto più difficile di quanto si creda. Comunque, per continuare a farlo, bisogna vietarsi assolutamente di guardare la natura e di riflettere su quanto si vede”. Molto più difficile: mai spiegarsi e soprattutto mai stupirsi! Mai: neanche quando si scopre che tutto, nel tempo, volge inesorabilmente e sempre verso il bene, anche il male, e che nella tenebra è insita una piccola e scintillante fiammella di luce, come ci ha dimostrato Etty Hillesum che, ad Auschwitz, faceva esperienza dell’amor di Dio: “Io e Dio e soli… In questo momento completamente soli uno di fronte all’Altro”. E poco prima di entrare in un forno crematorio, dopo che, avendo incontrato l’Altro, tutto poteva: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini”. Etty Hillesum ha fatto poesia dopo Auschwitz.

Lo stupore di percepire, godendo e tremando, che il mondo non è vano e la vita non è un crudele non-senso, perché il nostro Padre vuole riprendere tutti i suoi figli con Sé.

Lo stupore di Charles Darwin che, posto di fronte al mistero del corpo umano, disse: “Quando penso alla complessità dell’occhio umano e alla somma di condizioni indispensabili per arrivarci, mi vengono i brividi”. Brividi: l’occhio umano non può essere frutto di evoluzione. Siamo abituati alla luce, ma nessuno ne ha mai spiegato l’origine, nessuno sa perché è luce e non la notte perpetua.

Brividi: il cervello contiene 100 miliardi di neuroni e ciascuna può instaurare 10000 fibre di collegamento con le altre cellule, con un totale di circuiti potenziali pari a 10 alla 80esima potenza, un numero uguale a quello delle particelle dell’universo. Ricorrendo ad un’immagine: l’intero Canada, 10 milioni di Km quadrati, coperto di alberi, uno accanto all’altro, ciascuno con 100mila foglie, dove il totale di queste foglie sarebbe il numero di connessioni presenti in ciascuno dei 5 miliardi di cervelli in funzione sulla Terra. E, com’è comprensibile, neanche sfruttiamo a pieno le potenzialità del cervello: potrebbe essere un computer della NASA e lo utilizziamo come un pallottoliere. Quindi non può essere frutto dell’evoluzione, perché, a forza di “necessità” e “selezioni naturali”, tale evoluzione del cervello sarebbe andata oltre se stessa. Come non pensare che “la sede della ragione” non abbia un Autore? Non è credibile né ragionevole che il miracolo dell’unicità di ogni persona non provenga dall’Unico che abbia il potere di andare contro le leggi di natura: è un dato tanto certo quanto misterioso che “quando la Terra scomparirà tra 5 miliardi di anni, a seguito della trasformazione del sole in supernova, non saranno esistiti due individui uguali” (Lucien Israël). Da quell’Unico – dicevamo - che nei Vangeli, mentre camminava con l’umanità per le strade della Palestina, guariva malati, scacciava dèmoni e risuscitava morti.

E così è difficile non rimanere stupiti e agghiacciati quando si contempla la regale ricchezza e la maestosità intellegibile del creato. Perché una rarissima specie di fiore in cima ad una montagna è stata per anni e secoli non accessibile all’uomo? Perché certe meraviglie della Terra sono velate all’occhio umano? Il fatto è che sono, a prescindere dall’uomo, una preghiera, un cantico di lode per il Dio Creatore: “I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani” (salmo 19). Non a caso san Bernardo ammoniva così i suoi discepoli: “Se dubitate di Dio, lasciate i libri e andate nei boschi”. Un’anima tormentata e profonda come quella di Pascal scriveva di fronte a certe meraviglie della creazione: “Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta”.

La barriera corallina australiana è stata per millenni nascosta all’uomo. In fondo a quel mare, immergendosi a 6 metri di profondità, si può far esperienza di Dio: della Sua sapienza così distante da quell’uomo quanto gli abissi dai cieli, della Sua grandezza per cui immaginiamo il “momento eterno” in cui il Creatore, anche per quell’angolo di fulgidi coralli subacquei, disse: “Fiat”, perché  bastò una sola parola. Una bellezza di cui nessun uomo sarebbe capace e colori lucenti come lacrime di gioia non possono che essere opera Sua. Un’opera incontaminata, incorrotta dal linguaggio umano e dal peccato originale di Adamo: ferma, silenziosa, eterna, infinita, un tabernacolo di fronte al quale prostrarsi in atto di adorazione.

L’esperienza di sé e di sé nel cosmo e nella biosfera portano diritti alla Causa Trascendente. Ma anche lo studio della zoologia: basti guardare la complessa struttura del Camelus Dromedarius, di cui parla Vittorio Messori in Qualche ragione per credere, Edizioni Ares. Il cammello ad una sola gobba  vive nei deserti del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale ovverosia i luoghi, assieme ai Poli, più inospitali del mondo: 70 gradi all’ombra di giorno e temperature glaciali di notte: eppure, con i suoi cinque quintali, ci vive benissimo. I larghi piedi callosi gli permettono di non sprofondare nella sabbia; la stessa sabbia, arroventata, non gli danneggia il ventre col calore riflesso grazie alle sue lunghe zampe; il suo pelo è più fitto dove più batte il sole e ha una sfumatura di colore che assorbe la quantità minima di radiazioni solari; le narici possono chiudersi ermeticamente quando soffia il vento del deserto; durante queste tempeste di vento, la struttura delle ciglia gli permette di vedere senza avere gli occhi danneggiati dalla rena; i padiglioni auricolari hanno, per lo stesso fine, un complesso sistema che impedisce l’ingresso della sabbia; i suoi denti crescono continuamente per compensare il logorio della masticazione dei duri cespugli che sono l’unica cibaria del deserto; le labbra e la bocca sono “corazzate” per non ferirsi con le spine di quegli arbusti; la calotta cranica, per evitare l’insolazione, è sollevata in modo da creare un cuscinetto d’aria tra la calotta stessa e la massa celebrale; con un meccanismo di cui stupirsi, la gobba costituisce una grandiosa riserva di grasso che gli permette di vivere senza mangiare né bere perché questo grasso, con un processo chimico straordinario, si trasforma in alimento e soprattutto in acqua che poi circola in tutto l’organismo; il suo stomaco immagazzina fino a 120 litri d’acqua che si distribuisce gradualmente nel sangue garantendo una continua idratazione, mentre un sistema di depurazione evita i danni dell’acqua, spesso putrida, del deserto; nel suo naso, per resistere alla sete, ha un “impianto” che trattiene il vapore acqueo. Il Camelus dromedarius può perdere fino a un quarto del suo peso senza deperire. Ecco come un cammello diventa una prova che non si può prestare la propria mente alla superstizione del Caso creatore, ecco come un cammello può divenire, semplicemente guardandolo, il sillabario del Creatore. E quante ve ne sono nel mondo di tracce, di orme, di impronte di questo Dio.

Sappiamo, dalla Bibbia, che Egli è Amore (Deus qui Caritas est). Sappiamo anche, e lo esperiamo, che l’amore è, sebbene inflazionato o degradato, il valore ritenuto supremo nel mondo: forse questo già spiegherebbe quello sconvolgente per imaginem et similitudinem del Genesi. Quando si ama siamo naturaliter portati ad essere “attratti”, a “gravitare” sull’amato: due amanti non si vorrebbero mai separare e spesso si vincolano a stare sempre l’uno vicino all’altro. Sappiamo, allo stesso tempo, che la fisica moderna ha dimostrato che l’intero universo si regge grazie a leggi misurabili razionalmente. Quella fondamentale è la legge di Newton, la legge di “attrazione e gravitazione universale”: tutti i corpi fisici si attraggono tra di loro e lo stesso universo è tenuto insieme da questa forza misteriosa, senza la quale tutto si sfascerebbe. Se ne è stata misurata l’intensità, nessuno ne ha spiegato l’origine. Nessuno ha spiegato perché tutto è attirato da tutto: gli elettroni dal nucleo dell’atomo, gli atomi dalle molecole, sino ai pianeti dal sole e al sole dalle galassie e alle galassie da uno ancora sconosciuto centro dell’universo. “Da qui – scrive ancora Messori – la domanda che spesso mi faccio, che affascina me, ma che non pretendo di imporre ad altri: questa forza inesorabile di attrazione, per cui nulla esiste isolato, ma solo in rapporto a qualcos’altro, non sarà per caso l’equivalente – nella materia fisica – di quell’amore che l’uomo sperimenta, come forza altrettanto inesorabile di attrazione, di gravitazione? Essere innamorati, amare, non è forse «un girare attorno all’altro»? Ed entrambe queste forze, fisica e morale… non saranno forse la traccia , discreta come nel Suo stile, del Creatore la cui essenza c’è stata rivelata come Amore?”.

Per lo stupore che ci riserva guardare la creazione e il suo mistero, è necessario andare a Lui che è stato definito lo scopo unico della creazione stessa, Gesù Cristo, “immagine del Dio invisibile” (s. Paolo); abbandonarsi a Lui e farsi riconciliare dalla croce dove, con una logica folle e divina, come uno schiavo, fu inchiodato: e fu crocifisso, da Re della sofferenza coronato di spine, a braccia larghe per conciliare gli opposti ed abbracciare il genere umano che, quindi, non è solo contro le forze del male e del dolore. Ed è da quella croce assurda, che solo apparentemente rompe l’armonia universale (la morte di Dio!), che è possibile scampare quella condanna a morte propria di tutti gli uomini e che sta sul nostro capo, sin dal concepimento, come una spada di Damocle. E’ da quella croce che continua a scandalizzare molti che la vita terrena diventa l’attesa dell’incontro col Glorioso: pochi decenni in cambio dell’Eternità! E’ per quella croce che la morte non esiste più, è per la croce del Golgota che la morte diventa una dormitio ed è per quella croce che, nel momento in cui chiuderemo gli occhi per l’ultima volta, subito potremo – lo speriamo! - vedere Gesù e mettere, come l’apostolo Tommaso, le dita nel suo costato e chiederGli spiegazioni.

E’ essenziale farsi avvincere dalla Sua Bellezza: è bello perché ci dona la Santità, è bello perché è sempre pronto con la Sua Misericordia a fare di noi “nuovi esperimenti del Creatore” e a sollevarci dolcemente dalle cadute, anche e meglio se rovinose (perché ci risolleva “festosamente” addirittura): non v’è altro “canone di Bellezza” fuori da Lui, perché Lui ha ristabilito la bellezza originaria del creato perduta dal peccato e perché è risuscitato con gloria e gioia quando tutti davano per terminata quell’avventura, quella “spada”, quella “contraddizione”, quelle fiamme d’amore attizzate dall’odio provocato da chi predica amore:

“Venga ormai egli stesso nelle parole della profezia; ecco, lo stesso sposo avanza verso di noi: amiamolo; oppure, se avremo trovato in lui qualcosa di deforme, non amiamolo. Egli invece ha trovato molte deformità; e ci ha amato; al contrario noi non dobbiamo amarlo se troviamo in lui qualcosa di deforme…Dice uno degli amici dello sposo: “Lungi da me gloriarmi, se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo”. E’ poco arrossire della croce, se non te ne glorierai. Perché dunque non ebbe né bellezza né decoro? Perché Cristo crocifisso, per i Giudei fu scandalo, e stoltezza per i Gentili. Ma perché anche nella croce aveva bellezza? Perché la follia di Dio è più sapiente degli uomini; e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. A noi, dunque, che crediamo, lo Sposo si presenti sempre bello. Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine, dove non perdette la divinità e assunse l’umanità; bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo, mentre succhiava il latte, mentre era portato in braccio, i cieli hanno parlato, gli angeli hanno cantato le sue lodi, la stella ha diretto il cammino dei magi, è stato adorato nel presepio, cibo per i mansueti. E’ bello dunque in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori: bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte, nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza. Suprema e vera bellezza è la giustizia; non lo vedrai bello, se lo considererai ingiusto; se ovunque è giusto, ovunque è bello. Venga a noi per farsi contemplare dagli occhi dello spirito” (Sant’Agostino).

Bello nel cielo, dopo aver solcato la via del sepolcro: ed è per questo che coloro che appartengono a Cristo, i cristiani, sanno – ed è il loro elemento distintivo – di avere un futuro:

“Non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile il presente…
Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi delle materia e l’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore”
(Benedetto XVI, Spe Salvi).

Siamo amati e non dimenticati, mentre – ci viene assicurato - il numero dei nostri capelli viene contato in Cielo; la materia non è l’ultima istanza; la morte, gli affanni, la sofferenza scompariranno nella gloria futura, se solo lo vorremo nel Regno di Dio presente:

“Vidi poi un nuovo cielo e una terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme,  scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
‘Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
Ed essi saranno il suo popolo
Ed Egli sarà il “Dio-con-loro”.
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate’.
E Colui che sedeva sul trono disse: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’ e soggiunse: ‘Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci’ ”
(Apocalisse, 21, 1-5).

Forse oggi è questa la nuova “stoltezza” e la nuova “follia” agli occhi di un mondo disperato, insoddisfatto e annoiato: la capacità di stupirsi della nostra stessa vita, incredibilmente piena di senso, della bellezza, del fuoco rosso dell’amore. Che la banalità quotidiana del mondo sia riscattata in un Regno divino già inaugurato, che lo stupore succeda alla tristezza.



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