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Notizie - Contrappunti
Ma quant’è magnanimo Vittorio Feltri! Stampa E-mail
Caso Boffo: Il direttore de "il Giornale" riconosce di essersi sbagliato. Ma non si scusa
      Scritto da Giovanni Martino
14/12/09
Ultimo Aggiornamento: 27/03/10

Vittorio FeltriPossiamo dirlo: Vittorio Feltri non è un leninista.

Il direttore de il Giornale non appartiene a quella categoria di giornalisti (di “intellettuali”, di politici) che non solo sceglievano (scelgono?) la denigrazione morale dell’avversario come strumento di lotta politica. Ma anche consideravano (considerano) questa denigrazione morale un compito da svolgere senza esclusione di colpi, fino all’annichilimento dell’avversario, senza alcuna possibilità di riabilitazione neanche postuma.

No. Feltri rende l’onore delle armi all’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo, che aveva accusato di essere implicato in vicende omosessuali, inducendolo alle dimissioni.

Feltri coglie l’occasione di una risposta ad una lettrice (?), richiamata in prima pagina sul numero di venerdì 4, per ammettere che il “contenuto in sé” del decreto di condanna ricavato dal casellario giudiziale di Boffo era “penalmente modesto”.

Quanto al “secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna” (quello che parlava delle presunte “frequentazioni omosessuali” di Boffo, della complicità di ambienti ecclesiastici, ecc.), Feltri aggiunge: “La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali”.

Insomma: “Si trattava di una bagattella e non di uno scandalo”.

Anche le presunte accuse di Avvenire a Berlusconi, che avrebbero cucito addosso a Boffo i panni del moralista da smascherare, dopotutto erano “un paio di petardi. Niente di eccezionale”.

Feltri aggiunge anche attestazioni di stima verso Boffo: “giornalista prestigioso e apprezzato”, capace di tenere nella vicenda “un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione”.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Feltri è un grande giornalista, capace di ammettere un errore, fare le scuse alla vittima, dandovi anche risalto in prima pagina?

Non proprio.

Innanzitutto, la parola “scuse” Feltri non riesce a scriverla.

Inoltre, l’ammissione che “la ricostruzione dei fatti descritti nella nota non corrisponde al contenuto degli atti processuali” avviene con un inciso: “oggi posso dire”. Significa che Feltri ha fatto solo in seguito quelle verifiche (negli atti processuali) che un buon giornalista dovrebbe fare prima della pubblicazione di una notizia.

Ma non basta. Non c’era bisogno di un grande giornalista per capire che la “nota” di cui si parla era una patacca, una “velina” anonima redatta con intenti denigratori e piena di evidenti strafalcioni: lo avevamo evidenziato anche noi.
Feltri dice di averla presa per buona fidandosi di “un informatore attendibile, direi insospettabile”. Ma questa fiducia non giustifica il prender lucciole per lanterne, o la malizia di far passare (come avvenuto) quel documento come documento giudiziario.

Il direttore de il Giornale, peraltro, sembra quasi voler scaricare su altri le conseguenze della campagna scandalistica da lui lanciata.
Secondo lui, “è scoppiato un pandemonio perché i giornali e le televisioni si scatenarono sollevando un polverone ingiustificato”. A dire il vero, il Giornale pubblicò la notizia riservandole in prima pagina, per più giorni, il titolo di apertura a caratteri di scatola, nonché le pagine successive alla prima. Se questo non è voler sollevare un polverone...
Inoltre, il povero Boffo avrebbe dovuto evitare il pandemonio rendendo pubblico il fascicolo processuale. Come se non esistessero altre persone (non pubbliche) la cui riservatezza meritava di essere tutelata. Come se questo tipo di difesa (cui Boffo non era tenuto) potesse bastare, in quel momento, a placare l’aggressione di chi aveva un obiettivo ben preciso da raggiungere.

Concludendo.

Il Giornale aveva alcuni obiettivi politici.
Lanciare un monito a quanti (giornali, politici, esponenti della Chiesa) avessero in animo di criticare troppo aspramente Berlusconi: “Attenzione, ne può andar di mezzo la vostra vita privata”.
Lanciare un messaggio alla pubblica opinione: “sono tutti uguali, anche i critici di Berlusconi; e pure gli uomini di Chiesa” (con la dubbia morale che ne deriva: ognuno continui a fare il suo comodo).

Obiettivi raggiunti. Boffo, costretto alle dimissioni – e infamato al di là delle smentite cui pochi prestano attenzione – è stato il capro espiatorio.

Feltri però non è leninista. Anche se – come i leninisti, tra cui molti suoi avversari politici – ha scelto la via della denigrazione morale dell’avversario, tuttavia non vuole accanirsi oltremisura contro il nemico sconfitto. Per cui può tributargli l’onore delle armi, atteggiarsi a giornalista magnanimo, mettere una toppa a conseguenze politiche forse in parte inaspettate, e prepararsi alla prossima battaglia.
E, magari, cercare di alleggerire la propria posizione per il procedimento disciplinare aperto dall'Ordine dei giornalisti (una radiazione gli impedirebbe di continuare ad essere direttore), ammettendo un "errore", ma non porgendo scuse che parrebbero evocare una "colpa" più gravemente sanzionabile.

Il più bravo, probabilmente, è lui.


P.S.: Feltri, che non finisce mai di stupire, ha addirittura preso l'iniziativa di invitare Boffo a cena (il 1 febbraio 2010), coinvolgendo anche il collaboratore de il Giornale Renato Farina. Narcisismo? Desiderio di porgere personalmente quelle scuse troppo imbarazzanti da formulare pubblicamente? Gesto riparatore - confidando la fonte delle calunnie - o tentativo di depistaggio? Cresce il timore del procedimento disciplinare?
Solo i presenti alla cena conoscono - forse - la risposta.

P.P.S.: Il 26 marzo 2010 il Consiglio dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso Feltri per sei mesi, "per la pubblicazione di una serie di articoli in cui ha attribuito falsamente al Tribunale di Terni informazioni non vere relative al collega Dino Boffo violando gli artt. 2 e 48 della Legge istitutiva dell'Ordine, la n. 69 del 1963 e la Carta dei doveri del giornalista che prevede la pubblicazione di notizie vere e verificate, il dovere dell'attendibilità della fonte e la rettifica tempestiva in caso di notizie pubblicate inesatte". Pena sospesa fino alla pronuncia del Consiglio nazionale dell'Ordine.



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