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Cultura - Storia
Il comunismo italiano è stato "diverso"? Stampa E-mail
Il PCI e il suo radicamento nell’Internazionale comunista. L’eredità nella sinistra italiana
      Scritto da Giovanni Martino
16/11/09
Da Togliatti a Berlinguer a...
Da Togliatti a Berlinguer a...
Il comunismo è stato un incubo per centinaia di milioni di uomini che hanno subìto la sua oppressione.
Ma ha avuto conseguenze nefaste anche sulla vita sociale di Paesi che non erano direttamente sottoposti al suo giogo.

L’Italia, innanzitutto, che ha avuto il più importante partito comunista occidentale.

Un comunismo “diverso”, dal “volto umano”?


La nascita del PCI, Togliatti e la fedeltà allo stalinismo

Il Partito Comunista d’Italia nasce nel 1921 come sezione italiana della III Internazionale, ponendosi l’obiettivo della rivoluzione e della costruzione di una “dittatura del proletariato”. Le violenze delle squadre comuniste, le occupazioni delle fabbriche, offrono al nascente fascismo il pretesto per presentarsi come baluardo dell’ordine e della sicurezza.

Dal 1927 al 1964 segretario e capo indiscusso del PCI è Palmiro Togliatti. Fino al 1944 dirige il partito da Mosca, dove – con lo pseudonimo di Ercole Ercoli – è il braccio destro di Stalin e complice delle terribili “purghe”.

Nel 1945 in Italia, subito dopo la Liberazione, nelle zone dove si è già diffusa una forte presenza comunista (soprattutto il cosiddetto “triangolo rosso” dell’Emilia) vengono uccisi a sangue freddo ex fascisti, ma anche “nemici di classe” (proprietarî terrieri), avversarî politici e sacerdoti che col fascismo non avevano alcuna compromissione. La ricostruzione più completa ci è offerta da Giampaolo Pansa in Il sangue dei vinti.

Alle elezioni politiche del 1948 Togliatti, con il socialista Nenni, guida il Fronte popolare invocando apertamente, in caso di vittoria, l’ingresso nell’orbita sovietica. Va ricordato, quindi, che la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 ha salvato la libertà e la pace nel nostro Paese.

Anche ad elezioni perse non cambia la prospettiva del PCI (diventato nel frattempo Partito Comunista Italiano). Se alcuni dirigenti più ‘irrequieti’, come Pietro Secchia, invocano un’immediata insurrezione armata (con le armi non riconsegnate dai partigiani delle brigate Garibaldi), Togliatti li tiene a freno su ordine di Stalin. La necessità di rispettare la “sfera di influenza” americana, in cui ricade il nostro Paese, fa sì che venga ripreso il concetto leninista di “democrazia progressiva”: i comunisti devono cercare di raggiungere il potere con metodi democratici, per trasformare lo Stato non appena possibile.

La convinzione che l’Unione Sovietica sia destinata ad uno sviluppo industriale inarrestabile, in grado di superare gli Stati Uniti e i Paesi con economia di mercato, induce ad attendere la “spallata finale” preannunciata da Stalin, cioè l’invasione del’Occidente allorché si sia stabilita un’indiscussa superiorità economica, tecnologica e militare sovietica.
In realtà, se è vero che l’URSS aveva conosciuto alcuni importanti successi tecnologico-militari (fu la prima a produrre la bomba H, la prima a mandare un uomo in orbita nello spazio), è vero che quei successi erano stati ottenuti sia con lo spionaggio industriale sia concentrando tutte le energie del Paese in pochi obiettivi strategici. Erano la punta di diamante di un sistema inefficiente e arretrato.

I comunisti italiani, ad ogni modo, continuano a vedere nell’URSS il loro faro (anzi, eseguono fedelmente le direttive di Mosca, come documenta il volume di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky: Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, edito da Il Mulino).
Chiedono che siano rifiutati gli aiuti economici americani del Piano Marshall (si badi bene che l’URSS non offriva aiuti, ma chiedeva danni di guerra); si battono perché Trieste e l’Istria siano assegnati alla Jugoslavia socialista; contestano l’ingresso dell’Italia nella NATO e la nascita delle Comunità Economica Europea; dipingono l’URSS come una potenza pacifica (!) che si oppone all’imperialismo americano, e propugnano un pacifismo unilaterale equivalente a una sostanziale resa al Patto di Varsavia; elogiano Stalin, alla sua morte, come benefattore dell’umanità; approvano le brutali repressioni delle rivolte popolari anticomuniste in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968.

Insomma: per decenni anche in Italia si è vissuto con l’incubo di una nuova guerra, che sarebbe forse stata guerra atomica.
La politica interna è stata inquinata dai metodi introdotti dai comunisti ed ereditati dal leninismo (come abbiamo ricordato nell’articolo sui caratteri del comunismo mondiale): doppiezza, disinformazione sistematica, emarginazione dei “dissidenti”, denigrazione personale degli avversari politici.
La cultura e la società sono state profondamente segnate dalle parole d’ordine contro le “istituzioni borghesi” (in primis la famiglia”) e contro i valori di responsabilità e merito; dalla politicizzazione estrema di ogni stile di vita e forma di espressione; dalla giustificazione del ricorso alla violenza. È l’humus in cui nascerà il "Sessantotto", dapprima alimentato e blandito dal PCI, poi avversato quando sfuggirà di mano col terrorismo.


Il PCI dopo Togliatti. Berlinguer e il finto “strappo”.

Nel 1953 muore Stalin, nel 1964 muore Togliatti, nel 1969 gli Stati Uniti sbarcano sulla luna, marcando anche simbolicamente la superiorità economica, industriale e scientifica del loro sistema. La “spallata finale” non è più all’orizzonte.
Ma non viene nemmeno esclusa. Nel 1976 nei Paesi del Patto di Varsavia saranno installati i modernissimi missili a testata nucleare SS-20, che spingeranno la NATO ad una decisa reazione, con l’installazione di sistemi missilistici analoghi (i cosiddetti “euromissili”) in numerose basi europee, come la siciliana Comiso.

I comunisti italiani, anche dopo la morte di Togliatti, con le segreterie Longo, Berlinguer e Natta, continuano ad avere come prospettiva quella del socialismo sovietico.

Enrico Berlinguer, segretario dal 1972 al 1984, è restato famoso per il cosiddetto “strappo” da Mosca. In realtà, si tratta di un cambio di strategia dettato dall’opportunità. In quella fase non sembra più proponibile l’esaltazione acritica dell’Unione Sovietica, per cui Berlinguer riprende la strategia della “doppiezza”. Afferma di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO, ma nei sui viaggi all’estero incontra regolarmente il responsabile dell’URSS per i rapporti con i partiti comunisti mondiali (Boris Ponomariov) e rassicura i dirigenti comunisti sulla propria fedeltà (come attesta rigorosamente, tra l’altro, Gioacchino Santanché nel suo Una rivoluzione fallita).
L’installazione degli euromissili NATO viene ferocemente osteggiata. I vertici – ma anche la base comunista, col motto “meglio rossi che morti”– lasciano intendere che un’invasione sovietica non è da ritenersi dopotutto una sciagura. La storia si è incaricata di dimostrare che era possibile non essere rossi morti, se la libertà viene difesa - com’è accaduto – con la necessaria fermezza.

I finanziamenti dall’Unione Sovietica restano la principale fonte di finanziamento del PCI fino all’avvento di Gorbaciov.

Insomma: i comunisti italiani dovranno attendere la caduta del muro di Berlino - e, quindi, del sistema di riferimento del socialismo reale sovietico – per decidersi alla “svolta” della Bolognina (la sede del PCI dove fu annunciata) sotto la segreteria Occhetto, che porterà allo scioglimento del PCI e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra.


I giorni nostri: post-comunisti o sinistra moderna?

Peraltro, la “svolta” del 1989-1990 è stata frutto della necessità, ma non della convinzione.

Rifondazione Comunista è il partito che – rifiutando la Bolognina - ha cercato di raccogliere l'eredità ideologica del vecchio PCI. Ma la vera eredità politica è stata raccolta dal PDS, poi divenuto DS e poi divenuto nucleo preponderante dell’attuale Partito Democratico, la cui classe dirigente è quasi interamente composta da ex comunisti.

Nella storia della sinistra italiana, in effetti, il PCI non è stato solo il portatore di un'ideologia e di una proposta politica. Il Partito (con la P maiuscola, mi raccomando) era una famiglia, un orizzonte culturale e ideale. Per molti, non credenti, anche una chiesa, con i suoi dogmi cui obbedire ciecamente. La dottrina marxista era la fede, la Rivoluzione l'obiettivo messianico, l'Unione Sovietica l'esempio da imitare.

La caduta del Muro di Berlino ha infranto l'utopia, dimostrato che l'ideologia su cui si sorreggeva era inconsistente. Ma non ha potuto eliminare una sensibilità culturale e sociale che nei decenni si era venuta costruendo, il bisogno di appartenere ad una grande famiglia, una serie di rapporti personali, politici, economici. Il Partito è restato, anche se ha cambiato nome.

A dire il vero, la "novità" non è mai stata ben chiara. I comunisti italiani non avevano saputo prevedere la crisi del comunismo, che pure sembrava evidente. Sono stati 'travolti' dalle macerie del muro. Ed anche successivamente non hanno saputo 'elaborare' culturalmente quel fallimento, interrogarsi sulle cause, capire quali valori erano risultati sbagliati e con quali dovevano essere sostituiti. È mancata una riflessione critica come Bad Godesberg (il congresso straordinario in cui i socialdemocratici tedeschi - già nel 1959! - tagliarono i ponti col marxismo). Forse questa mancanza è stata dovuta proprio alla natura di partito-chiesa che aveva avuto il PCI: fare un'autocritica profonda avrebbe significato dichiarare sbagliati non semplici programmi politici, ma idee che erano state la ragione stessa di vita per milioni di persone. Contestare l'operato (e in alcuni casi i crimini) dei vecchi dirigenti avrebbe significato incrinare vere e proprie icone, figure quasi di famiglia.

Al dunque, non è stata ancora costruita una nuova identità: non si va oltre la vaga enunciazione che i Democratici sono un partito riformista, che vuole la pace, l'emancipazione delle classi deboli e più uguaglianza sociale. Belle parole, che sottoscriverebbe il rappresentante di ogni partito. Sul come tradurre in proposte concrete questi grandi obiettivi, si naviga a vista. Più che la novità, ha prevalso la continuità.

Questa mancanza di identità, lo abbiamo segnalato, è la causa della mancata affermazione del progetto del Partito Democratico, della mancata integrazione con chi, come i “cattolici democratici”, aveva una storia politica diversa.
Anche perché l’unica identità degli ex comunisti presenti all’interno del PD sembra proprio un’identità… “post-comunista”, un senso di appartenenza ad una grande famiglia di "sinistra" (non un progetto politico, ma una sorta di sentimento socioculturale), che induce a fare gruppo (tra "compagni"), e a marginalizzare chi ha una provenienza diversa.

Questo senso di appartenenza è lo stesso che rifiuta ancor’oggi un giudizio critico verso la storia del PCI e del comunismo mondiale, rispetto ai quali si è sempre pronti a sminuire e cercare giustificazioni.

Oggi parlare di “pericolo comunista”, nel senso proprio del termine, è un’esagerazione propagandistica. Non esistono più le condizioni storiche per tentare concretamente un tale esperimento.

È vero però che il senso di appartenenza post-comunista porta con sé una serie di difetti del passato: la pretesa di superiorità morale e la denigrazione personale dell’avversario come strumento di lotta politica, che hanno condotto al giustizialismo e alla tentazione di utilizzare politicamente l’azione della magistratura; la centralità della conquista del potere, ammantata di demagogia, rispetto alla chiarezza delle proposte per risolvere i problemi; la conseguente manipolazione strumentale delle scelte politiche (su rigore finanziario, imposizione fiscale, riforme istituzionali, ecc.), che diventano ‘buone’ se proposte dalla sinistra, ‘cattive’ se proposte dal fronte avverso.

L’unico elemento di novità, forse, si è rivelato quello preconizzato da Augusto Del Noce in Il suicidio della rivoluzione. Il vuoto ideologico nato dalla crisi del marxismo è stato riempito dal liberalismo di sinistra, dal radicalismo relativista, “trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata”.



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