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Religione e società - Notizie e Commenti
Intolleranza anticattolica Stampa E-mail
L’intolleranza religiosa è da molti addebitata ai cattolici. Che ne sono stati più spesso vittime
      Scritto da Gabriele Vecchione
21/09/09
L'esecuzione di Maria Stuarda, regina cattolica di Scozia, in un dipinto di Alexandre-Denis Abel de Pujol
L'esecuzione di Maria Stuarda, regina cattolica di Scozia, in un dipinto di Alexandre-Denis Abel de Pujol
“Intolleranza religiosa” è certo un concetto, un fatto storico che fa saltare alla mente oscuri inquisitori, polizieschi censori e torture disumane nei confronti dei dissidenti. Tale luogo comune non è alieno da veracità e, senza dubbio, qui non si vuole smontarlo: semplicemente si vorrebbe inquadrarlo nella sua complessità o quantomeno dare un’idea di suddetta complessità, oltreché capirla nella sua essenza e mostrarne l’attuale sussistenza, che si dipana nei secoli lungo un determinato fil rouge.

Frate Tommaso da Torquemada era un intollerante, ma va "capito": e questo significa pensare in termini storici. Giovanni Calvino era anch’egli intollerante, ma condannarlo sarebbe una mossa politica più che un ragionamento storico. Martino Lutero ebbe una fase tollerante, ma nel 1536 firmava la condanna a morte degli anabattisti rei di bestemmia e sedizione.

Non si può capire empaticamente (processo distinto e distante dalla legittimazione) l’intolleranza religiosa senza ricordare quanto la fede, in età moderna, fosse vissuta e razionalizzata in dinamiche collettive, interiorizzata attraverso processi dell’intera comunità; senza ricordare che da Costantino in poi l’unità sociale era ritenuta impossibile senza unità religiosa: venne a porsi l’equazione tra eresia e disordine politico (tesi che in buona parte “tiene” all’impatto fattuale: si pensi non solo agli antichi movimenti donatisti o pelagiani, ma anche all’eresia wycliffeana e alla rivolta del 1381; al movimento eretico hussita e alla prima defenestrazione di Praga, 1419; all’eresia luterana e alla doppia ribellione dei cavalieri prima e dei contadini poi). Non si può capire l’intolleranza religiosa senza ricordare che le pene degli stati laici non erano meno severe di quelle dei tribunali inquisitoriali; e di certo non per ardore cattolico Luigi XIV espulse gli ugonotti nel 1685. Soprattutto, non si può comprendere (verstehen, secondo Max Weber) nulla se si accorda un certo favor alla causa protestante e a qualunque ramo della famiglia protestante (luterano, calvinista, zwingliano, elisabettiano-anglicano et coetera): fenomeno, piuttosto ideologico, sovente riscontrabile nei resoconti storiografici.

Ugualmente poco noto è l’inglese Test Act (Legge sulla Prova) del 1673: “furono espulsi dai pubblici uffici tutti coloro i quali non rinnegavano la dottrina della transustanziazione” (Roland H. Bainton, La lotta per la libertà religiosa, Il Mulino, p. 233). In buona sostanza, chi volesse accedere all’amministrazione inglese doveva giurare con queste parole: “Io, … , dichiaro di credere che non esiste alcuna transustanziazione nel sacramento dell'eucaristia, o negli elementi del pane e del vino al momento o dopo la sua consacrazione da parte di una qualsiasi persona”. Nel 1678 il giuramento si arricchiva di altre formule: “L'invocazione o l'adorazione della Vergine Maria o qualsiasi altro Santo, e il Sacrificio della Messa, come sono praticati adesso nella Chiesa di Roma, sono superstiziosi e idolatrici”. È del 1689 la celeberrima Legge sulla Tolleranza, “pietra miliare nella lotta per la libertà religiosa…  ma i Cattolici… furono lasciati ancora completamente al di fuori, e la non-idoneità per i pubblici uffici e le lauree universitarie continuò ad essere applicata per tutti i nonconformisti” (Bainton). Non pago, il Parlamento inglese nel 1701 approvava l’Act of Settlement con cui si regolava la successione della Corona Inglese: conditio sine qua non accedere al trono era la non appartenenza alla Chiesa cattolica e non essere sposato con un suo membro. Già Giacomo II, cattolico, salito al trono nel 1685, era stato scacciato con la Gloriosa Rivoluzione (1688), nonostante avesse rassicurato i suoi sudditi dichiarando solennemente che “per lungo tempo è stato ed è nostro sentimento ed opinione costante che la coscienza non dovrebbe essere costretta né la gente forzata in materia di pura religione”. Il primo dei motivi per cui fu scacciato era “che il re era un Cattolico” (Bainton, op.cit.).

Contemporaneamente a questi eventi, John Locke scriveva la Lettera sulla Tolleranza ed il Trattato sul governo civile: e quivi era contenuta l’affermazione liberaleggiante secondo cui, essendo i princìpi essenziali della vera religione impossibili da determinarsi, essi andassero lasciati alla vita interiore. La persecuzione è nociva da tutti i punti di vista; la tolleranza avrebbe attratto i nonconformisti, ancorché lo Stato debba astenersi da qualsivoglia valutazione sulla coscienza dell’individuo. Parole nuove che hanno marchiato l’epoca moderna e contemporanea dell’Europa. Eppure, John Locke non perse mai di vista la pace pubblica, sicché “egli ammetteva la necessità di qualche costrizione, soprattutto nel caso dei Cattolici Romani, il cui culto non doveva essere assolutamente permesso” (Bainton).

A Jean Jacques Rousseau, autore de Il contratto sociale e de L’origine della diseguaglianza, fautore della "volontà generale" e protestatario radicale per la libertà dell’uomo (“L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene…”), dobbiamo il bel concetto di religione civile, ossia la religione che avrebbe dovuto garantire la coesione sociale. Rousseau distinse tre tipi di religione: il primo, la religione dell’uomo, il cristianesimo evangelico “senza templi, senza altari, senza riti”: religione da lodare, ma inutile alla volontà generale; il secondo, la religione del Cittadino, cioè peculiarmente costituita in “un solo paese”, con dèi nazionali, dogmi nazionalistici ed il culto prescritto dalla legge; il terzo tipo, “il più bizzarro”, è il Cattolicesimo, “odiato dal protestante Rousseau” (Jean-Jacques Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico, Il Mulino, pag. 204), che sprezzante chiama la religione del prete “terzo tipo di religione che, dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li sottomette a doveri contraddittori ed impedisce loro di poter essere contemporaneamente devoti e cittadini” (Chevallier). Dunque la proposta russoviana è di escludere dalla tolleranza la religione romana perché “chiunque osi dire: fuori della Chiesa non esiste salvezza deve essere cacciato dallo Stato”. Di qui la proposta della pre-totalitaria religione civile: “una professione di fede puramente civile, di cui spetta al sovrano fissare gli articoli, non precisamente come dogmi religiosi, ma come sentimenti di socievolezza, senza cui è impossibile essere buoni cittadini, né sudditi fedeli. Senza obbligare nessuno a crederli, può bandire dallo Stato chiunque non li creda… E se qualcuno, dopo aver riconosciuto pubblicamente questi dogmi, agisce come se non ci credesse, che sia punito con la morte” (in Chevallier, op.cit.).

Non ci si soffermerà su John Milton, abile difensore di tutte le libertà (ed il primo difensore della libertà di stampa con la celeberrima L’aeropagitica, 1644), ma sostenitore di ogni intolleranza verso i cattolici. Né su Voltaire, l’abile maestro di spirito e di raffinatezze dei salotti dell’aristocrazia; incensato scopritore e fautore della tolleranza tra gli uomini, eppure massimamente sprezzante del Cattolicesimo, che pensava essere tutta una superstizione, ed intollerante verso i cosiddetti papisti; oltre che antisemita e finanziatore del commercio degli schiavi neri.

Probabilmente è da queste incongruenze (tolleranza erga omnes, eccetto i cattolici, accusati da Hobbes in su di essere “quinta colonna”, infedeli alla patria, intolleranti, superstiziosi e retrogradi) che nasce l’attuale disfida del relativismo laicista al Cattolicesimo. Tutto ciò che è opinione o che non pone dighe al mare magnum dell’opinabile è degno d’ascolto e d’eventuale beneplacito o tolleranza; chi distingue, sulla base di una duratura tradizione e di una non rara dote profetica, il Bene dal Male, la luce dalla tenebra, è stimato un violatore della libertà che è divenuta equipollente alla libertà di fare, dire ed essere tutto (ed il suo contrario) senza assumersi responsabilità né essendo pronti al sacrificio e soprattutto sganciando (questo è il massimo “atto luciferino”, per dirla con Benedetto Croce) tale libertà dall’amore, dando irresponsabilmente sfogo ai capricci del proprio ego, che arriva così a relazionare l’altro come un mezzo (Marchese De Sade) e non come fine (I. Kant). Non si riconosce il valore, il pregio di quell’istituzione, la Chiesa cattolica, che ben conosce il mondo e le sue varianti che si riproducono nei secoli. Ella è protettrice di libertà, perché ritiene che l’uomo sia “chiamato a libertà” (s. Paolo), ma, con maggior forza, sostiene che la libertà vada salvaguardata dal dire “sì” a qualsivoglia mitologica “esperienza” (l’esperienza è oggi l’argomentazione retorica con cui si giustifica tutto) e a qualsiasi moda intellettuale ed esistenziale, perché sulla propria pelle ha imparato che chi sposa le mode resta presto vedovo.

Nel naufragio dell’uomo occidentale, che ha dimenticato la manifesta limitatezza della natura umana e dunque la sua naturale tendenza ad affidarsi a qualcosa o qualcuno di superiore a sé, ogni religione è divenuta esecrabile, ma soprattutto quella cattolica che, posta sì al servizio del mondo, ma contrapposta alle sue opere, continua ad essere un guardiano del faro nella notte oscura. Quest’uomo è diventato una mina vagante ed inquieta, sì da essere incuriosito da ogni religiosità e spiritualità, meglio se orientali o comunque ignorate sino ad allora, ma chiuso a priori alla (ri)scoperta delle gemme preziose e preziosissime custodite nei bauli della Chiesa cattolica. Addirittura si abolisce il pensiero proprio ed autonomo e lo si (ri)costruisce a contrario rispetto alle posizioni della Chiesa. È di qui che si formano i dettami del “politicamente corretto” secondo cui di alcuni è assolutamente vietato dir male o criticare anche cum grano salis. Forse questa dittatura semantica e, più generalmente, culturalmente corretta, è la prosecuzione del fil rouge della tolleranza per tutti eccetto i cattolici. Probabilmente è per questo che contro il Papa è possibile tutto e contro il Dalai Lama niente: eppure l’ignoranza in cui si sguazza beati non permette di conoscere che il Dalai Lama è a capo di una teocrazia ed il Papa no.

Nell’epoca moderna abbiamo cominciato a distruggere, uno ad uno, tutti i pregiudizi, le precomprensioni. Nella contemporaneità abbiamo raggiunto il traguardo della democrazia e dell’uguaglianza. Solo un’intolleranza rimane lecita ed augurabile: quella lockiana-russoviana contro i papisti. La Chiesa cattolica sembra l’ultimo baluardo rimasto a lottare contro il relativismo sopra narrato, contro la definitiva affermazione della divinizzazione dell’uomo ad opera dell’uomo stesso che, dimentico di tutte le escatologie, vive come se fosse immortale e come se l’unica legge da rispettare fosse quella promulgata dalla propria, spesso erronea, coscienza. Man mano tale processo di divinizzazione dell’uomo ha assunto dimensioni abnormi: si è addirittura arbitrariamente acquisito il potere sulla vita e la morte di chi è senza voce (ieri, ebrei o minoranze etniche o politiche sgradite; oggi, malati e feti). È naturale, salutare e purificante, dunque, che il Cattolicesimo, o meglio la sua parte non appiattita al mondo ed alle sue opere, sia oggetto di intolleranza. La Chiesa non se ne lamenti mai e continui, senza tregua, a seminare.



Giudizio Utente: / 31

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