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Un problema da eliminare o un uomo da amare?
      Scritto da Gabriele Vecchione
07/09/09
Chi avrà l'ardire di recidere - novella Atropo - il filo di una vita umana? (Simona Bramati, Atropo)
Chi avrà l'ardire di recidere - novella Atropo - il filo di una vita umana? (Simona Bramati, Atropo)
È ufficialmente partita la campagna a mezzo stampa, televisione ed internet dei radicali italiani (e di alcuni ausiliarî nel fronte “progressista”), per condizionare secondo le loro aspettative la legge che chiamano impudentemente sul “testamento biologico”, ma che anche il più lontano dalle folkloristiche vicende pannelliane saprebbe meglio definire – se fosse approvata nei termini desiderati dal mondo radicale – legge sull’autorizzazione all’eutanasia.
Il nostro ordinamento non ammette l’eutanasia, cioè la soppressione dei malati (anche consenzienti: avremmo i reati di “omicidio del consenziente” o di “aiuto al suicidio”, puniti dal codice penale), cosicché i radicali hanno intrapreso una battaglia per l’introduzione di una legge che ammetta l’eutanasia: una battaglia che negli ultimi anni è stata rinominata – in omaggio all’ipocrisia della neolingua sui temi etici – “campagna per l’introduzione del testamento biologico”.

Le forze sociali – largamente maggioritarie – contrarie all’introduzione dell’eutanasia avevano sempre osteggiato una tale legge. Almeno fino alla vicenda Englaro, allorché alcune pronunce di tribunali (in particolare della Cassazione) hanno individuato un presunto “vuoto legislativo”, consentendo la morte di Eluana; e inducendo anche le forze contrarie all’eutanasia a sostenere una legge capace di fare chiarezza su questo tema. La battaglia parlamentare è ora sui contenuti di una tale legge.

I sostenitori dell’eutanasia, professionisti della menzogna propagandistica, martellano le coscienze e lavorano sui sentimenti delle persone in buona fede per convincerle dell’inutilità del sacrificio, della responsabilità, della pazienza, al fondo presentando loro la comodità della tenebra del “farla finita”; espressione più cruda e crudele di quelle elaborate dall’edonismo liberal-borghese, indorate con lo spray della “dignità”; poi della “libertà”; infine, ibi Mephistophilus, dell’ “amore”.

Nessuna apertura al mistero della malattia, nessun dubbio li attanaglia o fa loro scostare dagli occhi, anche solo per un attimo, il “velo di Maya” dell’ideologia, e non potrebbe essere altrimenti: già i latini proclamavano: in dubio pro vita, ovvero in dubiis abstine. Nessuna umana concessione alla speranza (e meno che mai alla soffertissima spes contra spem), all’attesa silenziosa: “alcuni malati – affermano senza tema di impudicizia – hanno smesso di vivere”, benché ciò vada palesemente contro il dato biologico ed umanamente solidaristico: chi può dimostrare che fino all’ultimo battito di ciglia o all’ultimo strozzato colpo di tosse vi sia una regressione alla categoria vegetale od animale? Chi, semmai accertata questa involuzione, potrebbe farsi arbitro di un’avventura umana rispetto alla quale non può essere e non sarà mai “terzo”? 

Il signor Beppino Englaro ha affermato di essere “ottimista” sull’approvazione del testamento biologico che egli intende come anticamera dell’eutanasia; noi preferiamo essere realisti di fronte alla sua proposizione secondo cui nelle corsie basterebbe “qualche centone ai medici” per staccare spine e sondini vitali. Realisticamente, non vorremmo che passasse per veritiera un’affermazione sì generalizzata ed imprecisa; se fosse invero particolare e puntuale, il sig. Englaro dovrebbe presentare alla Polizia di Stato nomi e cognomi di questi medici che violano il codice penale ed il giuramento ippocrateo.

Le consorterie di laicisti radicali hanno una certa familiarità con la menzogna: senza riaprire la non rimarginata ferita di Eluana, ricordiamo che le pseudo femministe Adele Faccio ed Emma Bonino varie, per arrivare alla legalizzazione dell’aborto, sostenevano che in Italia vi fossero 3/4 milioni di donne l’anno dedite all’aborto clandestino: così tutte le donne italiane, escluse logicamente quelle in età non fertile, avrebbero abortito almeno 8 volte nella vita (sic!). Approvata poi la legge, l’aborto – per un miracolo politically correct della neolingua orwelliana - è diventato l’ I.V.G. (interruzione volontaria di gravidanza).

Un certo indirizzo sociale suggerisce che queste battaglie siano combattute da pochi, da sterili élites che si fronteggiano sulle colonne dei giornali a colpi di editoriali di Avvenire e la Repubblica.
Non che tale assunto sia privo di veracità, ma le battaglie dei pochi sono vinte dalle minoranze che riescono a lenire più coscienze, che riescono ad attutire la ribellione naturale ed istintiva delle maggioranze e che approfittano dell’indolenza diffusa.

D’altronde lo scrittore francese Hernest Hello aveva ben donde a vergare queste parole: “Lo spirito del male dice: “Riposati, che farai nella mischia?... Il male è sempre esistito ed esisterà sempre”… Il demonio dice: “Lasciati cullare: non far niente, non amar niente e sarai unito a me che sono Niente”. Così l’uomo, non avendo voluto unirsi di una viva unione con quelli che abitano nell’amore, discende a poco a poco, durante il sonno, in quell’indifferenza glaciale, placida e tollerante, che non si indigna di niente, perché non ama niente, e che si crede dolce perché è morta. E il demonio, vedendo quest’uomo immobile, gli dice: “Tu gusti il riposo del savio”; vedendolo neutro tra la verità e l’errore, gli dice: “Tu domini entrambi”; vedendolo inattivo, gli dice: “Tu non fai del male”; vedendolo senza risorsa, senza vita, senza reazione contro la menzogna e il male, vedendolo destituito dalla collera dell’amore, gli dice: “Io ti ho ispirato una filosofia savia, una dolce tolleranza, tu hai trovato la calma nella verità”, perché il demonio pronuncia spesso parole di tolleranza e carità”.

Lungi dunque dall’indifferenza tollerante auspicata dall’élite necrofora, vorremmo porre una semplice domanda a tale conventicola: stabilita la dignità di ogni persona (affinché, diceva Adorno, Auschwitz non si ripeta mai più), quali eventi possono rendere una vita non più degna? Quando l’identità umana e personale può andare perduta? Quando ad un’individualità fisica non sia più possibile associare un’individualità morale? Di certo, se una tale regressione vi fosse, sarebbe lecito e forse doveroso uccidere i malati; ma chi parla di vite indegne ci indichi, di grazia, un criterio che non sia arbitrario per attestare questa involuzione: “la difficoltà nel rispondere positivamente al quesito sta nel fatto che, solo con criterio arbitrario, si può ritenere regredibile a mera individualità fisica una individualità morale” (Francesco D’Agostino). John Locke, che pure era un virulento anticattolico e che ha passato la sua vita intellettuale a teorizzare la difesa dell’individuo dall’arbitrio del potere, impallidirebbe a sapere di un’amministrazione che si fa garante della vita o della morte di un membro del corpo sociale.

Agli occhi dell’annoiato mondo occidentale, il malato è ormai uno che si vergogna, il malato è una vergogna (mina alle fondamenta il grande piano di rimozione del male e della morte di cui parlava già Pascal), il malato è un fardello: a tinte più candide, invero, molti preferiscono dire che il malato abbia il diritto a morire (mai asserita cosa simile nei diritti delle nazioni) e che la società che non geme con lui al suo capezzale abbia il dovere morale di farlo morire in nome di non precisate libertà, dignità, pietà e quant’ altro.

Non così gli uomini liberi e di buona volontà. Piuttosto continuino ad inginocchiarsi di fronte ad ogni malato come si fa dinnanzi al tabernacolo, perché egli – ci hanno detto i santi – è Gesù; gli diano la carezza che ha insegnato il Vangelo; non siano il sacerdote, né il levita della parabola, ma buoni samaritani; al malato siano debitori di quella tenerezza con cui il Nazareno prese la mano della bambina e le disse: “Talità Kum!” che vuol dire: agnellino, alzati! (Mc, 5,41); in silenzio patiscano con lui, amorevolmente – al suo capezzale – supplichino la liberazione ed invochino la Grazia; al malato annuncino “la speranza che cresce nella sofferenza”, perché ci è dato vivere “nella certezza che solo l’Amore – e di amore ci sono prove, testimonianze, tra i mortali, c’è un filo rosso – è il senso della storia e della vita, il divino” (Paolo Giuntella).



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