“Sono un fallito! CHIUDO! Per fame e fallimento, eufemisticamente e ipocriticamente denominati per fine attività, svendo tutto a peso, sono stufo delle rotture di (…) sono esaurito (e dimagrito). Si accettano anche offerte di abiti e pane raffermo (ecco come finisce UNO, dopo tanti anni di duro e onesto lavoro)”.
Questa frase è stata affissa recentemente dietro una delle vetrine, ormai serrate da mesi, di uno dei tanti negozi di Roma, in un quartiere signorile e apparentemente benestante.
Cosa possono suscitare le frasi di questa dichiarazione, nei passanti che si fermano a leggere?
Chi ha provato, anche solo per una volta nella vita, il senso di fallimento può subito sentirsi vicino al povero negoziante e persino pensare segretamente, molto segretamente: “Vedi, non sono il solo”.
Oppure ci si può sentire quasi divertiti, per un aspetto dell’esternazione, mantenendo tutto il rispetto per la sofferenza della persona. Infatti, l’annuncio di fallimento, così strutturato, sembra voler rompere un muro di silenzio e d’indifferenza. Sembra che si stia svolgendo un episodio di un nuovo reality, il realityshop!
Chi scrive quelle frasi trasforma la vetrina in una telecamera, che inquadra, anche solo per poco, la sua disperazione.
Il povero negoziante sembra voler far sapere a tutti che anche lui esiste, e per fare ciò usa una leggera ironia per sfogarsi, per chiedere aiuto, per gridare la sua umanità, che forse in pochi riescono ancora a vedere.
Si può sorride dinanzi all’audacia del negoziante, per la sua capacità di tagliare coi mascherati rapporti di gentilezza, fatti di tanti buongiorno e buonasera, dietro i quali si può celare, a volte, tanto egoismo ed individualismo.
Il negoziante in crisi sembra simpatico, perché si rivolge al passante e lo coinvolge nella sua situazione di vita.
E, dopo un amaro sorriso, può nascere in chi legge certamente la compassione, senza cadere nella pietà, perché chi ha scritto l’appello ha cercato di mantenere la sua dignità. Il povero negoziante usa parole difficili, ha certamente studiato, lo si deduce anche dal fatto che scrive in un italiano corretto.
Il suo stile è essenziale ed efficace, fa pensare ad una persona intelligente.
E allora si può ipotizzare che il negoziante fallito aveva forse tutto il diritto di condurre un percorso lavorativo migliore, e che se la crisi economica può avere un volto potrebbe avere anche il volto di quest’uomo che si mostra in uno scritto, e che attraverso la sua dichiarazione lancia un grido che forse tanti vorrebbero lanciare, rinunciando a farlo per timidezza, per senso d’impotenza o d’inutilità. “Tanto non serve a niente”, dicono sommessamente stringendo le spalle, in silenzio.
Ma c’è qualcosa di molto importante che il povero negoziante fa, forse senza accorgersene: “stimola la solidarietà”.
Sottolineando che “si accettano abiti e pane raffermo” interpella quelli che passano di là a scegliere, se ignorare la sua elegante richiesta d’aiuto o cominciare a pensare se è possibile fare qualcosa per aiutarlo.
Ed è proprio questa l’altra faccia della crisi.
La faccia più nota la conosciamo e la possiamo vedere anche nell’appello del negoziante: senso di fallimento, disperazione, delusione, mancanza dei beni necessari, debiti, ecc. L’altra faccia della crisi si può vedere quando comincia ad esistere la capacità di chiedere aiuto, e quando quest’atto diventa l’inizio di una solidarietà reciproca. E la voglia di soccorrere l’altro è messa in atto più facilmente, quando si è provato sulla propria pelle la povertà.
Sembra che questa crisi possa essere interpretata come un segnale di cambiamento necessario.
Forse, qualcosa deve davvero mutare nel vivere quotidiano. Si potrebbero, ad esempio, imparare alcuni aspetti dello stile di vita delle popolazioni africane, che vivono secondo un alto senso di solidarietà e condivisione. Sembrano felici, anche se mancano loro i beni per la sopravvivenza e le strutture per progredire. Eppure la povertà ha abituato queste popolazioni all’aiuto reciproco, al rispetto e alla comprensione delle sofferenze altrui.
Paradossi della crisi? Un giorno, forse, si potrebbe incominciare a considerare la sobrietà – almeno - come uno stile da accettare, affinché tutti (proprio tutti) abbiano il necessario per vivere; un giorno, forse, apparirà giusto rifiutare un sistema sociale che, se non correttamente regolato, crea fame e disparità fra i popoli, fra le persone. Paradossi della crisi? L’immigrato africano che oggi è visto da molti come un ospite, diciamo “inatteso”, potrebbe, forse, un giorno poter insegnare a molti un’esperienza che hanno vissuto i nostri padri (o i nostri nonni): come si può vivere dignitosamente anche la povertà, e quali sono i modi per creare una società in cui tutti siano considerati esseri umani.