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Cultura - Storia
La leggenda nera del "malgoverno spagnolo" Stampa E-mail
La Spagna fu bersaglio della propaganda protestante, illuminista, comunista
      Scritto da Vittorio Messori

Velazquez (qui un particolare di Las meninas) fu uno dei massimi esponenti della cultura spagnola del '600
Velazquez (qui un particolare di Las meninas) fu uno dei massimi esponenti della cultura spagnola del '600
(...) Si sa come le forze più potenti e attive del mondo moderno si siano coalizzate per creare la «leyenda negra», la leggenda nera di una Spagna patria della tirannia, del fanatismo, della rapacità, dell'insipienza politica, della boria arrogante e sterile.

Per i protestanti (gli anglicani soprattutto) fu questione di vita o di morte sorreggere con la guerriglia psicologica la guerra guerreggiata contro il Grande Progetto degli Asburgo di Spagna: un'Europa riunificata da una cultura latina e cattolica. La diffamazione sistematica, poi, della colonizzazione spagnola accompagnò i molti, tenaci tentativi inglesi di appropriarsi dell'impero sudamericano (ma si vedano le differenze tra colonizzazione iberica e anglosassone, ndr).

Per gli illuministi, i «libertins» settecenteschi, e poi per tutti i «progressisti» e tutte le massonerie di Ottocento e Novecento, la terra iberica fu quella, aborrita, del cattolicesimo religione di Stato, della inquisizione, dei monaci e dei mistici. Per i comunisti, la Spagna significò la disfatta degli anni Trenta. Né l'ebraismo ha mai dimenticato non solo l'antica espulsione ma anche le leggi che, sino ai tempi recenti, ne impedirono il ritorno al di là dei Pirenei.

Sta comunque il fatto che una campagna tenace e secolare ha lavorato per proiettare luce la più negativa possibile su questo popolo che, dove giunse, lasciò sempre dietro di sé terre cattoliche. Persino in Asia, dove agli spagnoli riuscì ciò che non era riuscito ad alcuno, cattolico o protestante che fosse: la conversione al cristianesimo, duratura e di massa, di una intera regione, quella delle Filippine (seppur con l'eccezione di Mindanao, restata musulmana). Sono cose che una certa cultura non può perdonare.

(...) Dobbiamo a Fausto Nicolini, il grande storico amicissimo e discepolo favorito di Croce (e, quindi, in questi temi insospettabile di faziosità) studi decisivi sulla Milano, la Napoli e in genere l'Italia sotto il predominio spagnolo. È da leggere il giudizio complessivo di un'epoca, sulla quale (...) si addensano ancora i nostri pregiudizi.

Scrive dunque il liberale Nicolini, il crociano devoto solo alla "religione della libertà": «Non insipiente una dominazione straniera come quella spagnola la quale, malgrado insidie interne ed esterne di ogni sorta, seppe consolidarsi e durare due secoli. Non debole una dominazione straniera che, mentre estirpava nelle sue province italiche la mala pianta dell'anarchia feudale, riusciva tanto a salvaguardare la nostra Penisola dall'incombente pericolo turco, quanto a serbarvi intatta l'unità religiosa, senza la quale sarebbe riuscita molto più difficile, a suo tempo, quella politica. Molto meno tirannica di quanto comunemente si creda una dominazione straniera abitualmente rispettosa di istituti politici e amministrativi locali e rigida distributrice di giustizia. Curiosamente sfruttatrice una dominazione straniera alla quale, nonostante le personali gesta ladresche di taluni viceré e governatori, le province italiane costavano, a conti fatti, più di quanto le rendessero. In un certo senso, oso dire perfino benefica questa dominazione straniera che - pur avendo il torto fondamentale di essere, appunto, straniera - acquistò pur qualche titolo di gratitudine dagli italiani, non fosse che per queste due ragioni: per avere evitato a gran parte d'Italia, nel momento in cui diveniva incapace di vita autonoma, il male tanto maggiore di degradare a provincia francese, se non addirittura franco-ottomana; e d'aver dato poi all'Italia intera, con la proclamata indipendenza delle riconquistate Sicilie, la prima e più forte spinta a liberarsi da qualsiasi straniero».

Parole, quelle del Nicolini, scritte già a metà degli anni Trenta. Da allora altri studi (naturalmente ignoti alla vulgata di molti manuali scolastici) le hanno confermate. Sembra ormai certo che, senza la presenza spagnola per due secoli (Cinquecento e Seicento), la Sicilia sarebbe ritornata musulmana e la Sardegna e parte del Sud italiano l'avrebbero seguita. Quanto all'Italia del Nord, sarebbe stata devastata quasi certamente da quelle guerre di religione tra cattolici e riformati che infuriarono in altre parti d'Europa. Il Piemonte, probabilmente anche la Liguria, sarebbero stati annessi al regno di Francia.


tratto da Pensare la storia, ed. Sugarco, Milano 2006, pp. 218-220



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