Paolo Giuntella
L'aratro, l'ipod e le stelle.
Diario di viaggio di un laico cristiano 
Paoline editoriale libri, Milano 2008
Di sofferenza non si parla: si preferisce cambiare argomento. O se ne parla solo per rivendicare assai presunti diritti a morire, come se fossero la nuova frontiera dei diritti umani. Ma in generale la sofferenza viene ripudiata, non ci si deve pensare, è inserita nel grande processo di rimozione del male e della morte: “Gli uomini, non avendo potuto porre rimedio alla malattia e alla morte, hanno deciso, per rendersi felici, di non pensarci” (B. Pascal). Sullo scandalo del male, prima causa dell’ateismo moderno, si tace, forse anche per paura di confrontarsi con le cose penultime ed ultime che rimandano a realtà altre.
Ma, per insondabili disegni provvidenziali, ci sono dati anche uomini che hanno saputo dare alla sofferenza, e alla sofferenza degli innocenti, un senso liberatorio e pieno di significato: così Emmanuel Mounier ha scritto pagine struggenti sulla figlia encefalitica, come Clive Staples Lewis sulla morte prematura della moglie.
E un intellettuale anti-conformista rispetto alla disperazione e alla vergogna che accompagna i sofferenti ci ha parlato della “speranza che cresce nella sofferenza”, della “catechesi quotidiana” dei malati di cancro, del “profetismo dei malati e dei sofferenti”.
Quest’intellettuale, sulla scia di Mounier e Lewis, ci ha detto: “il dolore possiede una sua porzione, vorrei dire aromi e spezie, di felicità”!
Quest’intellettuale si chiamava Paolo Giuntella, già quirinalista del TG1, ed è morto il 22 maggio 2008 stremato nel corpo da un tumore che soleva chiamare, scherzandoci su, il gran cornuto, non senza lasciare scritto su un quaderno pochi attimi prima di morire: “Comunque sono ottimista”. E nella sua “nota di congedo” scritta il giorno in cui gli avevano diagnosticato una metastasi, ha avuto la speranza, “irradiando allegria e salti di gioia agli amici”, di scrivere:
«Anche se il mio barometro personale dovrebbe essere moderatamente sul brutto, mi imbatto nelle liberanti ultime parole di Ortodossia di Chesterton:
“Egli non nascose mai le sue lacrime. Egli le mostrò chiaramente sul suo viso aperto a ogni quotidiano spettacolo come quando Egli vide la sua nativa città. Me Egli nascose qualche cosa. I solenni superuomini sono fieri di trattenere la loro collera. Egli non trattenne mai la sua collera. Egli rovesciò i banchi delle mercanzie per i gradini del tempio e chiese agli uomini come sperassero di fuggire alla dannazione dell’inferno. Pure Egli trattenne qualcosa. Lo dico con reverenza: c’era in questa irrompente personalità un lato che si potrebbe dire di riserbo: c’era qualche cosa che Egli nascose a tutti gli uomini quando andò a pregare sulla montagna: qualche cose che Egli coprì costantemente con un brusco silenzio o con un impetuoso isolamento. Era qualcosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra: e io qualche volta ho immaginato che fosse la sua allegria”».
“La morte non avrà l’ultima parola” è il titolo del VI capitolo del suo libro-testamento spirituale, un vero canto alla speranza cristiana, L’aratro, l’i-pod e le stelle, dove scrive come avrebbe dovuto essere il suo funerale: “Fate una bella festa”: e festa – gli astanti e il video su youtube possono confermare – è stata.
Non che si debbano chiudere gli occhi di fronte alla profondità del male, e sperare in una pia consolazione da struzzi. Giuntella si interroga: “Signore, perché tanto accanimento? Perché persone che soffrono tanto, condannate al dolore, e persone che hanno una lunga vita, agi e gozzoviglie? Perché persone straziate, scavate, stuprate dal dolore? Perché questo Golgota cosmico?” Insomma, con un Dio Onnipotente ed Imperscrutabile si può litigare, come Giobbe: “Noi siamo arrabbiati, Signore, arrabbiati neri. Scendi giù a discutere con noi se ne hai il coraggio…”; ma bisogna andare “oltre Giobbe, perché dopo Giobbe c’è Cristo, e dunque la risurrezione”.
C’è il Cristo, il Risorto, il vincitore della morte, come Piero della Francesca Lo ha dipinto nell’icona di Sansepolcro, e “la fede nel Risorto è la certezza che ci darà accesso alla vita eterna”. Allora, Signore, grazie perché, attraverso il dolore e la morte, ci costringi a meditare sul senso profondo della storia e della vita, sul Mistero della vita, dell’Eterno e dell’Infinito, ci costringi al silenzio ed a chiacchierare con la nostra coscienza. Anche nel dolore si può intonare uno stonato Osanna, un faticoso Alleluja: “Dio, attraverso la parola crocifissa per condividere il dolore, la sofferenza, la cognizione del Limite, e poi risuscitata, ci offre questa Speranza”. E, grazie a questa Speranza, la sofferenza diventa un modo di far camminare il Vangelo sulle proprie gambe o di farlo respirare al ritmo del proprio battito: “La sofferenza che lascia senza respiro, vissuta cristianamente nell’abbandono delle mani della Provvidenza, l’accettazione di questa nemica che ti batte e minaccia la tua integrità fisica e ti mina dall’interno, è il modo di praticare l’amore verso i nemici, che Gesù il Cristo ci chiede”.
I malati, facendosi essi stessi vangeli, diventano profeti del Regno venturo ed annunciano l’eu-ángelion, la buona Notizia, ovverosia la resurrezione: “C’è un profetismo dei sofferenti che annunciano, con il loro dolore e la loro antevisione della morte, la speranza di una nuova terra e di nuovi cieli. Per noi è difficile comprendere la logica dell’Amore totalmente altro, di Dio amore. Ma io credo che il dolore, la morte, l’ingiustizia subita dagli innocenti siano un immenso, infinito deposito di speranza, una formidabile pretesa di riscatto”. Ma, se possibile, vi è di più: sono i malati che, con la loro offerta di sé, salvano il mondo: “Credo che, certo, nel conto generale dell’umanità, tutte le sofferenze innocenti hanno un senso in quella che noi cristiani un po’ vecchi chiamiamo «il corpo mistico di Cristo», o la comunione dei santi, e che, insomma, chi salva il mondo, l’umanità, sono i morti innocenti, le donne e gli uomini del dolore, gli oppressi, i poveri condannati a morte, e che loro saranno i primi nel Regno dei Cieli”. Non si tratta di un do ut des umano-divino, né di “lugubre ragioneria”, ma di una concezione secondo cui il dolore, la sofferenza e la malvagità sono “legati al continuo divenire, all’evoluzione… della creazione verso la pienezza dei tempo, dall’Alfa all’Omega, il compimento cristico (nel Cristo) del cosmo, della storia, del cammino umano, nella liberazione divina. La risurrezione è questa promessa, ma anche premessa di liberazione dell’umanità”.
Si ricorderà l’episodio evangelico del servo del centurione romano guarito da Gesù (Mt, 8,8): “di' soltanto una parola ed il mio servo sarà guarito”. La Parola incarnata e crocifissa guarirà i servi malati. Ed ecco perché Giuntella ha scritto che bisogna “farsi testimone di serenità, di speranza, di allegria, di grande forza di resistenza al dolore, nella sofferenza e nel commiato”. E la sua serenità, la sua speranza, la sua forza è stata una fede “che non è fideismo, una qualsiasi credulonità, dabbenaggine da creduloni o consolazione o, peggio, sicurezza. La fede è speranza. Io spero questa liberazione. Non ne ho prove o certezze materiali, ma è la mia ragionevolezza, la mia intelligenza razionale che mi porta in ginocchio davanti a questa speranza e mi fa volare oltre, nella contemplazione, nella certezza che solo l’Amore – e di amore ci sono prove, testimonianze, tra i mortali, c’è un filo rosso – è il senso della storia e della vita, il divino”.
Sono parole che, pesate come si deve, fanno commuovere.
Ed è così che, stando “allegramente sulla croce”, ridendo e piangendo, la morte diventa una seconda nascita, “il passo arduo di montagna”, ma soprattutto “l’approdo di una stella spirituale nel firmamento di Dio”.