Articolo di riferimento: Pio XII, ritratto di un Papa calunniato
Gentile direttore,
leggo il Suo pregevole sulla figura di Pio XII e vorrei permettermi alcune osservazioni.
La prima osservazione: credo che si possa dire con tranquillità che chi accusa Papa Pio XII di complicità con il nazismo è un povero imbecille.
Raramente accade di etichettare gli interlocutori ma, come si dice, quando è troppo è troppo.
Almeno se intendiamo per complicità un ragionato e calcolato affiancamento culturale, politico e materiale al regime nazista.
La seconda osservazione è che la lotta politica ha sicuramente avuto un ruolo nell’accreditare tesi manifestamente infondate e diffamatorie i cui effetti si trascineranno per decenni.
Calunniate, calunniate, qualcosa rimarrà.
Detto questo, però,è necessario affrontare il tema centrale, il motivo dello scandalo: il ruolo dei cattolici (popolo e gerarchia) nei confronti degli autoritarismi e, visto che ci siamo, nei confronti del nazismo.
Sono vere le parole dell’attuale Papa, che difende l’impegno storico di Pio XII. Ma è anche vera la diretta gestione ed organizzazione, da parte di personaggi cattolici, della fuga dei nazisti (tedeschi e di altri paesi) dal porto di Genova verso i paesi del Sud America dopo la guerra.
Non nazisti redenti, povere pecore sulla via della conversione, ma personaggi decisi a continuare le loro porcherie in quei Paesi e la cui triste storia è ben conosciuta.
E’ vero che nella Germania nazista si sono sollevate non poche voci cattoliche di opposizione al nazismo, ma è anche vero che la conferenza episcopale tedesca ha acconsentito allo scioglimento delle organizzazioni cattoliche (cosa che, ad esempio, in Italia non è avvenuta); successivamente ha acconsentito allo scioglimento del partito nel quale i cattolici si riconoscevano, lo Zentrum; e infine ha acconsentito ai cattolici di aderire al partito nazista, cosa questa in un primo momento vietata.
Le intenzioni dei nazisti verso gli ebrei e tutti coloro che non la pensavano come loro erano ben note, erano state scritte, manifestate ed il clima di violenza e di privazione di ogni libertà era in Germania già presente prima dell’inizio dell’occupazione della Polonia.
Sostenere che i cattolici non sapessero, che le gerarchie non sapessero, è una falsità.
Per far capire il concetto, ovviamente con tutti i limiti di una semplificazione e senza creare paralleli personali assolutamente fuori luogo per tempi, luoghi e personalità coinvolte, proviamo a prendere in prestito un episodio della cronaca contemporanea: come Lei ed i Suoi lettori ricorderanno, l’attuale sindaco di Roma (che per storia sembra vivamente riconducibile ad un’estrazione fascista) durante la campagna elettorale si ritrovò in una chiesa a baciare l’anello di un vescovo tra gli applausi dei fedeli.
Ecco, ora se, per ipotesi puramente speculativa, questo signore una volta giunto al potere si comportasse coerentemente da fascista, chi crederebbe alle lacrime di coccodrillo di quei cattolici (popolo e gerarchia) che in un momento, per i più svariati motivi più o meno comprensibili, lo hanno appoggiato?
Non sapevamo, non vedevamo, non chiedevamo.
Molto probabilmente non volevamo sapere, non volevamo vedere, non volevamo chiedere.
I cattolici (popolo e gerarchia) non sono stati complici del nazismo, ma non hanno saputo opporsi.
Questa è storia, questa è la verità, come altrettanto vere sono le straordinarie testimonianze dei tanti che a rischio della propria vita non sono stati indifferenti all’orrore che li circondava.
Certamente le spiegazioni sono tante, ma è anche vero che dove i cattolici hanno saputo organizzare un’opposizione essi sono diventati il riferimento di libertà per tutti i popoli soggiogati alle più diverse tirannie, da quella cinese a quella sovietica.
Al di fuori dei giudizi, talvolta troppo facili per chi ragiona distaccato dal sentimento della paura e dall’odore del sangue, il problema però rimane: la qualità e l’intensità con cui i cattolici sono presenti nella società sono argini contro la barbarie.
Quando i cattolici rinunciano, per calcolo, convenienza o timore ad una loro diretta rappresentanza politica, ad una diretta organizzazione sociale, all’ambizione di guidare i loro destini, le società in cui vivono smarriscono ogni sentimento umano lasciando libere di agire le più svariate e tragiche follie.
Questo è il punto decisivo.
Curioso destino: i cristiani talvolta vengono invitati ad occuparsi solo delle faccende spirituali e talvolta vengono incolpati (spesso dalle stesse fonti) di non occuparsi abbastanza dei fatti terreni.
Questo avviene perché la potenza del messaggio salvifico è complessa, ma non credo si debba gridare allo scandalo se talvolta, in buona fede, si ha difficoltà a leggere i tempi.
Grazie
Luigi Milanesi
Risponde Giovanni Martino
Gentile Luigi,
il Suo ragionamento presenta interessanti occasioni di riflessione. Mi sembra però un po’ severo il giudizio storico che formula, in base a quel ragionamento, sull’azione complessiva dei cattolici tedeschi.
Mi spiego.
1) Per quanto il messaggio cristiano possa infondere forza e speranza, spesso non è facile restarvi fedeli – soprattutto se la fede non è davvero salda – in tempo di persecuzione. Chi non ebbe timore di seguire Cristo sin sotto la croce? Sua Madre, Giovanni, ed alcune donne...
2) La resistenza alle dittature è – inevitabilmente – resistenza di minoranza. Le modalità attengono alle circostanze e alla coscienza dei singoli. Può esservi una resistenza visibile, frontale; può esservi la cospirazione; può esservi il silenzioso sforzo di tener accesa una lucerna di umanità.
3) “La diretta gestione ed organizzazione, da parte di personaggi cattolici, della fuga dei nazisti (tedeschi e di altri paesi) dal porto di Genova verso i paesi del Sud America dopo la guerra” non mi sembra elemento valido su cui fondare un giudizio storico complessivo. Su questo argomento si è costruita una delle “leggende nere” contro la Chiesa. In realtà, nell’immediato dopoguerra, “personaggi cattolici”, come anche i funzionarî delle organizzazioni umanitarie, si prodigarono per facilitare l’espatrio di migliaia di profughi, che fuggivano da un’Europa centro-orientale rasa al suolo dai bombardamenti. Si trattava sovente di profughi senza documenti, e non c’era ancora nessuno schedario di criminali nazisti. Elementi che facciano pensare ad un aiuto consapevole a nazisti in fuga si hanno solo a carico di un vescovo austriaco (presto dimissionario in polemica contro la Chiesa!) e di qualche sacerdote altoatesino o croato.
4) La Chiesa tedesca non ha “acconsentito” allo scioglimento delle associazioni cattoliche. Lo ha subìto, portando nella clandestinità molte attività. Anche la Chiesa italiana dovette subire, nel 1931, lo scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, e la successiva autorizzazione ad operare solo in ambito ecclesiastico.
5) La resistenza dei cattolici tedeschi (gerarchia e popolo) ci fu. E fu la principale che seppe costituirsi in quel periodo in Germania. Per le considerazioni fatte, fu resistenza di minoranza, almeno rispetto alla totalità del popolo tedesco. Ma questa “minoranza” era composta dalla quasi totalità della gerarchia (in comunione col Vescovo di Roma) e dalla parte più vitale del laicato. Lo dimostrano gli episodî che ho citato nel mio articolo. Lo dimostra, a posteriori, il consenso che proprio alle nuove formazioni politiche di ispirazione cristiana fu tributato, nel dopoguerra, da un popolo tedesco desideroso di riscattarsi dalla vergogna del nazismo.
Queste considerazioni, ovviamente, non contraddicono l’esigenza da Lei evidenziata che i cattolici sappiano essere sempre vigilanti, esigenti, coerenti con il proprio patrimonio ideale. Non tanto per obbedienza dogmatica, quanto per amore del bene comune.
Anche perché non esiste l’alternativa secca tra libertà e dittatura. Le libertà sociali, civili e politiche costituiscono un continuum che non è mai completamente consolidato, che può essere intaccato in diversi modi, e che deve essere sempre difeso con rinnovato vigore.
P.S. È necessario vigilare anche sulla correttezza democratica dell’azione del nuovo sindaco di Roma. Ma mi sembra importante sottolineare che Lei stesso definisce una “ipotesi puramente speculativa” l’eventualità che si ripresentino, nella stessa forma, situazioni del passato.
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