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Cultura - Storia
Pio XII, ritratto di un Papa calunniato Stampa E-mail
Le accuse di "silenzio" rispetto all’olocausto ebraico
      Scritto da Giovanni Martino
20/10/08
pioxii_bombardamento_roma.jpg
Pio XII nel quartiere romano di San Lorenzo dopo i bombardamenti del 19 luglio 1943

Eugenio Pacelli salì al soglio pontificio nel 1939 col nome di Pio XII, e fu Papa fino al 9 ottobre 1958, giorno della sua morte, di cui ricorre il cinquantenario.

Il suo papato coincise con uno dei momenti più tragici della storia dell’umanità: la seconda guerra mondiale e la sfida dei totalitarismi sanguinari, nazionalsocialismo e comunismo stalinista.

Consapevole dell’incalzare di tragici avvenimenti, il 24 agosto 1939, poco prima dello scoppio della guerra, Pio XII indirizzò a tutto il mondo il Radiomessaggio Un’ora grave, con il quale invocava ancora una volta la pace: “La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Ahinoi, inascoltato.
Passata la parola alle armi, alla Chiesa non restò che una febbrile attività diplomatica (Papa Pacelli aveva grande esperienza al riguardo), umanitaria (di accoglienza dei profughi e nascondimento dei perseguitati), di ammaestramento e appello alle coscienze perché fossero meno aspre le violenze della guerra e si aprissero spiragli di riconciliazione, di preghiera. Nel luglio e agosto del 1943 Pio XII si recò personalmente nei quartieri romani di San Lorenzo e San Giovanni, per portare conforto alle vittime dei bombardamenti angloamericani.

La fine della guerra più distruttiva della storia recò con sé la fine del nazismo, ma non quella del comunismo sovietico, che anzi fece calare la sua coltre di oppressione sull’Europa dell’Est, oltre a finanziare i potenti partiti comunisti dei Paesi occidentali e ad esercitare una certa attrattiva in alcune élites intellettuali.
Pio XII guidò con fermezza la Chiesa in questa nuova fase difficile e dolorosa: una Chiesa perseguitata nell’Europa socialista (ma anche in altri Stati che in tutto il mondo godevano dell’appoggio sovietico); una Chiesa chiamata a una potente sfida antropologica e culturale nei Paesi liberi.

Negli anni del suo pontificato, ed anche in quelli immediatamente successivi, la dottrina e la statura morale di Papa Pacelli furono universalmente apprezzate.
Ricevette – è ovvio - le critiche dei comunisti, che in lui vedevano un risoluto avversario politico.
Altri, anche in ambito cattolico, avrebbero ritenuto opportuna una sua maggiore “apertura” ad una modernità in fermento, anticipando quella convocazione del Concilio decisa dal suo successore, Giovanni XXIII. Non c’è qui lo spazio per analizzare la fondatezza di tali critiche (si tenga conto che per alcuni l’unico Papa davvero “aperto e moderno” sarebbe quello capace di smantellare la Chiesa cattolica...).
Quanto ad un nuovo Concilio, sappiamo che Papa Pacelli aveva iniziato a prenderlo in considerazione. Peraltro, nei documenti del Vaticano II il magistero più citato è proprio quello di Pio XII, con oltre 180 citazioni (un numero inferiore solo a quello delle Scritture).
Più in generale, Pio XII non può essere definito semplicisticamente Papa “conservatore”, se è vero che fu molto attento ai progressi della tecnica (che definì “dono di Dio” nel radiomessaggio del Natale 1941) e allo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione (radio, televisione, cinema): ad essi dedicò un’apposita Enciclica, la Miranda prorsus, definendoli “meravigliose invenzioni di cui si gloriano i nostri tempi”, ma mettendo anche in guardia dai pericoli di un loro uso non corretto.

In seguito, però, nuove e pesanti critiche investirono Pio XII sotto l’aspetto della dirittura morale, sino a quel momento indiscussa. Questo accadde soprattutto a partire dal 1963, quando in Germania andò in scena il dramma teatrale II Vicario, di Rolf Hochhuth, che disegnava la figura di un Papa complice silenzioso dell’olocausto ebraico, in quanto non lo avrebbe denunciato con la necessaria fermezza. Un’accusa ripresa periodicamente da campagne di stampa in chiave anticattolica.

Dobbiamo quindi chiederci: si tratta di un’accusa fondata? Se non lo è, chi ha avuto interesse a diffondere un’accusa tanto calunniosa?

La risposta alla prima domanda può essere molto secca: no, Pio XII non è stato in alcun modo complice dei crimini nazisti. Anzi, è stato l’uomo che più di tutti si è impegnato in difesa del popolo ebraico.

Innanzitutto, bisogna rilevare che tutti conoscevano le discriminazioni e le deportazioni di cui erano oggetto gli ebrei (ed altre minoranze); ma si pensava che le deportazioni fossero in “campi di lavoro”, per sfruttarli brutalmente (anche a rischio della vita) come forza lavoro.
La “soluzione finale”, cioè il piano di sterminio deliberato del popolo ebraico nelle camere a gas, era invece tenuta dai vertici nazisti rigorosamente segreta. E la stessa tematizzazione della Shoah, la consapevolezza storica del genocidio ebraico, è maturata molti decenni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

In secondo luogo, va ricordato che il Papa condusse un’instancabile azione diplomatica per cercare di attenuare le discriminazioni contro il popolo ebraico di cui era a conoscenza, e incoraggiò la protezione degli ebrei da parte del popolo cattolico.
Non mancò di denunciare pubblicamente quelle discriminazioni, sia pure pesando attentamente le parole. Nel radiomessaggio del Natale 1942, ad esempio, lamentò che “centinaia di migliaia di persone (...) senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”.

Poteva dire di più? Poteva usare toni più ‘apocalittici’? Poteva privilegiare maggiormente l’aspetto della denuncia pubblica, dell’appello alle coscienze, rispetto all’azione diplomatica? 
E' un giudizio molto facile da emettere col senno di poi. Bisogna tener presente che un attacco frontale alla Germania avrebbe causato vantaggi molto deboli e ipotetici, a prezzo di svantaggi sicuri e pesantissimi, come accadde in Olanda dopo la protesta pubblica dell’episcopato per le deportazioni. Robert Kempner, magistrato ebreo di origini tedesche e numero due della pubblica accusa al processo di Norimberga, scrisse nel 1964: "Qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato, ma avrebbe accelerato l'assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti"...

Forse sono fondati i dubbi sulla preveggenza politica di Eugenio Pacelli, prima dell’elezione a Papa: ebbe difficoltà a intuire la determinazione dei nazionalsocialisti nel perseguire i loro folli progetti, come anche a cogliere sùbito la portata storica delle persecuzioni antisemite; difficoltà però comuni a quasi tutti i leader occidentali. 
Sono certamente meno fondati - ma in ogni caso legittimi - i dubbi sull’efficacia della strategia da lui scelta.
È però del tutto infondato accusarlo di complicità morale consapevole verso il nazismo e l’olocausto.

Marco Ansaldo, su la Repubblica del 29 marzo 2007 (I dossier segreti di Hitler che riabilitano Pio XII), porta la testimonianza della preoccupazione con cui il regime nazista guardava alla sotterranea azione di contrasto del Papa.
Si sa da tempo che Hitler, alla fine del 1943, aveva ordinato a Karl Wolff, capo delle SS in Italia, di organizzare il rapimento del Papa (Wolff prese tempo, convinto della scarsa opportunità dell’azione).

Dicevamo che Pio XII alla via dei proclami preferì quella concreta dell’azione per nascondere e sostenere gli ebrei: ebbene, non bisogna dimenticare che, dei 950.000 ebrei europei sopravvissuti alla persecuzione nazista, tra il 70 e il 90 per cento (dati ricostruiti da uno studioso ebreo, Pinchas Lapide) dovette la propria salvezza proprio a iniziative di religiosi e fedeli cattolici, che li nascosero per anni – correndo gravi rischi - in chiese, conventi, famiglie. Il Vaticano incoraggiò questi aiuti; finanziò come possibile la fuga di ebrei dalle zone più pericolose; concesse l’uso dei suoi palazzi (che godevano dell’extraterritorialità) per nascondere migliaia di clandestini (mille solo nel Laterano; ebrei, ma anche tutti i maggiori antifascisti); fece pressioni sui governi extraeuropei per la concessione di migliaia di visti di ingresso agli ebrei in fuga: autorizzò persino la rottura del sigillo della clausura in molti conventi, perché potessero nascondere ebrei.

Lo stesso Pio XII, nei giorni precedenti il rastrellamento nel ghetto di Roma, aveva aiutato la comunità ebraica a raccogliere l’oro che i tedeschi pretendevano per rinunciare all’operazione. Il 16 ottobre 1943, non appena avuta notizia che i tedeschi (nonostante avessero ricevuto l’oro) avevano iniziato il rastrellamento, il Papa protestò vivacemente col comando tedesco, riuscendo a far sospendere il rastrellamento già nel primo pomeriggio.

Non bisogna poi dimenticare che i più aperti oppositori interni del regime nazista furono cattolici: i giovani universitarî della Rosa bianca; il conte Claus Von Stauffeber, organizzatore del fallito attentato a Hitler; il vescovo di Münster, Clemens August von Galen (incoraggiato da Pio XII, come ci ricorda Stefania Falasca nel suo Un vescovo contro Hitler, edizioni San Paolo).

Che tipo di “accoglienza” verso gli ebrei dimostrarono invece quelli che puntano con facilità l’indice accusatore contro i cattolici?
Nessun gesto dimostrativo clamoroso si ricorda da parte dei leader occidentali o di esponenti della resistenza antinazista o antifascista.
Ricordiamo solo il caso della nave Exodus, salpata nel 1947 alla volta della Palestina con quasi 5.000 reduci dei lager: non solo fu speronata dagli Inglesi per impedirne lo sbarco in Palestina, ma fu scortata ad Amburgo per ricondurre i suoi occupanti in un campo profughi tedesco...

Ma il giudizio più chiaro sul comportamento di Pio XII durante la seconda guerra mondiale era venuto dal mondo ebraico, i cui esponenti lo avevano più volte ringraziato.

Nel 1944 il gran rabbino di Gerusalemme, Isaac Herzog, dichiarò: "Il popolo d'Israele non dimenticherà mai ciò che Pio XII e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione che stanno alla base di un'autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell'ora più tragica della nostra storia. Una prova vivente della divina provvidenza in questo mondo".
Il 29 novembre 1945 ottanta reduci dei campi di sterminio vollero incontrarlo ed esprimergli personalmente gratitudine per la generosità dimostrata verso di loro.
Israele Zolli, rabbino capo della comunità ebraica romana durante la guerra, nel 1945 si era convertito al cattolicesimo prendendo il nome di Eugenio, in segno di riconoscenza verso Papa Pacelli.

Quando nel 1955 si celebrò il decimo anniversario della liberazione, l'Unione delle Comunità Israelitiche proclamò il 17 aprile "Giorno della gratitudine" per Pio XII.

Leggiamo poi i messaggi trasmessi in Vaticano alla morte di Pacelli (riportati, tra l'altro, nel libro Nascosti in convento di Antonio Gaspari, ed. Ancora).
Golda Meir, ministro degli Esteri di Israele: “Condividiamo il dolore dell'umanità per la morte di Sua Santità Pio XII. [...] Durante il decennio del terrore nazista, quando il nostro popolo è stato sottoposto a un terribile martirio, la voce del Papa si è levata a condanna dei persecutori [il corsivo è nostro, ndr] e a pietà per le loro vittime. [...] Noi piangiamo un grande servitore della pace".
Rabbino Jacob Philip Rudin, presidente della 'Centrale Conference of American Rabbies': “La Conferenza centrale dei rabbini americani si unisce con profonda commozione ai milioni di membri della Chiesa cattolica romana per la morte del Papa Pio XII [...] una voce profetica per la giustizia dovunque”.
Rabbino capo di Londra, Brodie: “Noi della Comunità ebraica abbiamo ragioni particolari per dolerci della morte di una personalità la quale, in ogni circostanza, ha dimostrato coraggiosa e concreta preoccupazione per le vittime della sofferenza e della persecuzione”.
Elio Toaff, rabbino capo di Roma: “Più di alcun altro abbiamo avuto occasione di sperimentare la grande compassionevole bontà e magnanimità del Papa durante gli anni infelici della persecuzione e del terrore, quando sembrava che per noi non ci fosse più alcuno scampo".

Di fronte a questo coro di elogi, le voci dissonanti erano davvero poche. Fino al 1963. In quell’anno, come dicevamo, ebbe grande risonanza (sarà ripresa ancora in un film del 2002, Amen, del regista Costa-Gravas) una piéce teatrale, Il Vicario. Questa rappresentazione diede il via a “inchieste”, “denunce”, libri che fornivano un volto diverso di Papa Pacelli, quello di un gelido e silenzioso complice dell’olocausto. Senza peraltro fornire nessun elemento nuovo rispetto a quelli descritti, ma solo un diverso e più severo giudizio politico-moralistico; un giudizio che però, ignorando la verità dei fatti, assumeva il contorno della calunnia.
Un giudizio che, ancora oggi, assume contorni penosi, come la polemica che vorrebbe bloccare il processo di beatificazione del Papa.

Veniamo dunque alla seconda domanda che ci eravamo posti inizialmente: chi ha avuto interesse a diffondere accuse tanto calunniose?

Una risposta basata sul cui prodest (ai nemici della Chiesa, innanzitutto comunisti e laicisti) potrebbe sembrare banale. Ma è suffragata dai fatti.

Nell'immediato dopoguerra, il 2 giugno 1945, Pio XII aveva pronunciato un’allocuzione ai cardinali in cui richiamava il dovere delle potenze vincitrici di non coltivare propositi di vendetta verso le nazioni vinte, e di costruire un ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla democrazia.
Tale allocuzione fu male accolta dai sovietici, che intendevano esercitare la loro "influenza" sui Paesi del'Est - sancita dagli accordi di Yalta - nel senso di una sottomissione al dominio dell'URSS.
Radio Mosca commentò duramente il discorso di Pio XII, lanciando per la prima volta le accuse di "complicità" del Vaticano con i nazisti. Accuse che dettavano una linea di propaganda ai partiti comunisti occidentali, e che per quasi vent'anni furono riprese quasi esclusivamente dai comunisti stessi.

Dai documenti inediti pubblicati su la Repubblica nell’articolo sopra menzionato, emerge che all’inizio degli anni Sessanta fu pianificata un'azione di rilancio di quelle accuse. Il segretario del PCUS, Nikita Krusciov, approvò la campagna di disinformazione (la disinformacija fu una tecnica sviluppatissima dai sovietici) “Posizione 12”, con l’intento di screditare il Papa, e con esso la Chiesa cattolica. In questa campagna rientrava proprio Il Vicario, basato su testi contraffatti dai sovietici.

In quegli anni la propaganda comunista seguiva un cliché. Per legittimarsi come forza “progressista” (e mascherare il proprio carattere totalitario) bisognava costruire un Nemico Assoluto, un Male Storico, il nazismo. Chi lo aveva combattuto (e qui bisognava far dimenticare il patto Molotov-von Ribbentrop per la spartizione della Polonia), come l’Unione Sovietica, doveva avere un’indiscutibile patente di democraticità. E per screditare un avversario come Pio XII, tenacemente anticomunista, non c’era nulla di meglio che accusarlo di collusione col nazismo.
Paolo Mieli (storico e direttore del Corriere della Sera, di origini ebraiche), in un'intervista rilasciata all'Osservatore Romano il 9 ottobre 2008, sostiene: "L'immagine di Pio XII come il cappellano della grande offensiva anticomunista nella guerra fredda è fuorviante. Anche se, naturalmente, era anticomunista. E di questo anticomunismo gli è stato presentato un conto salatissimo che ne ha deformato l'immagine attraverso rappresentazioni teatrali, pubblicazioni e film. Ma chiunque abbia un atteggiamento non pregiudiziale e provi a conoscere Pacelli attraverso i documenti, non può che rimanere stupito di questa leggenda nera che non ha alcun senso".
(Anche tra gli eredi dell'ideologia comunista non mancano le voci dissonanti. Lo storico della letteratura Alberto Asor Rosa, intellettuale comunista, ha scritto nel suo libro L’alba di un mondo nuovo: “In Roma occupata non c’era altra autorità degna di questo nome, alla cui ombra rifugiarsi, all’infuori della Chiesa: quando c’erano stati i bombardamenti, cui io avevo assistito da lontano, l’unico potente ad accorrere sul posto era stato il Papa, Pio XII, Papa Pacelli, che a Roma già godeva di grande popolarità, perché romano, e di famiglia nobile, illustre, cosa che, presso il popolino, costituiva un motivo di apprezzamento in più. Dopo quell’episodio, Pio XII era diventato agli occhi di molti un vero Santo, l’inviato autentico di Dio sulla terra”.)

Ai sovietici, e ai partiti comunisti operanti in Occidente e guidati dal’URSS, nella denigrazione di Papa Pacelli si unirono di buon grado quanti avevano interessi contrarî alla Chiesa o avversione ideologica, massoni e laicisti.
Ancora Mieli, nell'intervista citata, dà un'ulteriore spiegazione: "credo si possa ipotizzare che queste critiche, queste invettive [contro Pio XII, ndr], partano da mondi che non hanno la coscienza in ordine rispetto a questo problema". Insomma, gli "antifascisti" che - come visto - non avevano mosso un dito o detto una parola a difesa degli ebrei, cercarono di legittimarsi a posteriori mettendo al'indice un presunto capro espiatorio.

I denigratori del Papa non li troviamo solo in ambienti anticristiani. Come rileva il rabbino David Dalin, nel suo libro La leggenda nera del Papa di Hitler, “la polemica antipapale di (...) cattolici liberal non praticanti o arrabbiati sfrutta la tragedia del popolo ebraico durante l'Olocausto per promuovere la loro agenda politica, quella di costringere la Chiesa odierna a dei cambiamenti”.

Al coro delle accuse si sono aggiunti molti ebrei.
Va premesso che molte voci ebraiche hanno continuato a difendere Pio XII anche dopo il 1963: studiosi autorevoli come il già citato Pinchas Lapide, Joseph Lichten, Jenö Levai, Martin Gilbert, David Dalin; organizzazioni come la fondazione Pave the Way, guidata dall’ebreo americano Gary Krupp.
È anche vero, però, che altre voci ebraiche hanno sviluppato un giudizio critico. Ha un amaro significato simbolico la fotografia del Papa tutt'ora esposta nella settima sala dello Yad Vashem (il museo dell'Olocausto) a Gerusalemme, con una didascalia che definisce "ambiguo" il suo comportamento.

Va detto che la campagna denigratoria nacque nel mondo comunista, fu rilanciata da alcuni ambienti anglosassoni protestanti, e solo molto più tardi fu seguita da ambienti ebraici; i quali, evidentemente, non volevano essere "in ritardo" rispetto ad un movimento di opinione che sembrava ispirato ad un desiderio di difesa del popolo ebraico.

In ogni caso, spiegare quest’incredibile svolta di parte del mondo ebraico rispetto agli attestati di riconoscenza che abbiamo riportato è davvero difficile.
Certamente ha avuto un rilievo il fatto che le critiche siano sorte venti-trenta anni dopo i fatti, quando i protagonisti diretti - gli ebrei salvati da Pio XII, che con più vigore lo avrebbero difeso - cominciavano a non essere più in vita.
Forse in qualcuno ha avuto anche un peso il risentimento verso la Chiesa, accusata di uno storico antigiudaismo (che – va detto – ci fu, anche se andrebbe valutato insieme con le concrete azioni di numerosi pontefici in difesa degli ebrei, ricordate da David Dalin nel suo La leggenda nera del Papa di Hitler); il quale antigiudaismo avrebbe creato (e qui il passaggio è del tutto arbitrario) le condizioni dell’antisemitismo.
Ma come questo risentimento abbia potuto far premio sui sentimenti di umana gratitudine e sulla verità storica, resta un mistero.



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