Per anni la vita culturale italiana è stata dominata dalla gramsciana egemonia comunista. Registi e sceneggiatori militanti, scrittori allineati, intellettuali ortodossi, accademici fedeli alla Causa vigilavano, approvavano o scomunicavano lanciando anatemi sia verso gli eretici - Beppe Fenoglio, per fare un nome - che verso “i fascisti” (fascista era chiunque non appartenesse alla parrocchia comunista che soleva dividere l’intera stirpe umana in fascisti, i cattivi, e gli antifascisti, i sublimi), megafono delle “forze delle reazione” - Giovannino Guareschi, per farne un altro, che anche post mortem viene censurato, “depurato” e appellato nientedimeno che razzista. Siamo agli ultimi atti, alle ultime schermaglie (lo scandalo di Renzo De Felice ed altri che, come Giampaolo Pansa, continuano a “bestemmiare” e fanno “stracciare le vesti” ai sommi sacerdoti rossi), ma ne stiamo uscendo, Deogratias.
Ma ora sono altri a vigilare su qualsivoglia manifestazione culturale: che sia un libro, una mostra, un film, una vignetta, o un articolo. Non praticano egemonie e si limitano a delimitare alcune questioni sulle quali non si può parlare: un nuovo e detestabile non possumus. Sono gli estremisti islamici, pronti a scatenare rappresaglie, un vero e proprio jihad ideologico, non appena qualche pensatore o regista cominci a scandagliare quei temi - tabù su cui non è possibile sentire altra campana che non sia quella islamica o quella islamicamente corretta di occidentali, in preda alla codardia o a isterismi razziali, pronti a lanciare accuse di “razzismo” o “islamofobia”: l’Islam è compatibile con il pluralismo? Cosa dice il Corano delle donne? L’Islam riconosce i diritti umani? Maometto ebbe spose bambine? Qual è la matrice del terrorismo islamico? Se l’è chiesto lo scrittore Robert Spencer e vive sotto scorta in località segreta. Se l’è chiesto Renzo Martinelli con il suo bel film Il mercante di pietre ed in questo caso non vi è stato neanche bisogno della fatwa islamica: ci hanno pensato i benpensanti dell’Occidente a censurarlo dalle sale e persino da internet. Se l’era chiesto Theo Van Gogh con il suo film Submission, un cortometraggio che denuncia gli abusi sulle donne musulmane: è stato ucciso in una strada di Amsterdam, una delle città più liberali e libertarie del mondo, con un colpo di pistola, diverse pugnalate, la gola tagliata con un coltello da macellaio e la rivendicazione con un messaggio sopra il corpo acefalo: versetti del Corano. Se l’è chiesto il musulmano vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam ed è stato condannato a morte. A causa della sua conversione al Cattolicesimo, è stato condannato anche per apostasia. Se l’era chiesto l’americana Century Fox Television: aveva pensato di produrre una serie sul terrorismo, su quello bosniaco, su quello tedesco, su quello sudamericano. Venuto il turno del terrorismo islamista (perché, nonostante molti ce la mettano tutta per negare la dura realtà, l’11 settembre, l’11 marzo, il 7 luglio - a New York, a Madrid, a Londra - i terroristi ritenevano di agire in nome della fede islamica), il CAIR (Council for American and Islamic Relations) chiese un incontro alla Fox che, dopo qualche minaccia, ma prima dell’incontro, eliminò dalla trasmissione tutto ciò che avrebbe potuto creare “un’atmosfera sfavorevole agli islamici”. Va ricordato che tre pezzi grossi del CAIR, tra cui il fondatore, erano stati arrestati per attività terroristiche e la Fox ne era ampiamente consapevole.
In tema di Islam, in Occidente, la libertà di parola e di stampa ha i giorni contati. Quando aveva 50 anni, Maometto sposò Aisha, di 6 che poi, secondo numerosi hadith, sarebbe divenuta, tra le sue 10 mogli, la prediletta. La tradizione islamica vuole che il Profetà vi consumò il matrimonio quand’ella aveva 9 anni.
Sherry Jones, una giornalista americana, aveva scritto, dopo anni di ricerche e numerose letture, The Jewel of Medina, un romanzo su Aisha. Tutto pronto per la pubblicazione presso la liberalissima e celeberrima Random House, già pagati 100.000 euro di diritti d’autore, già organizzata un’imponente tournée promozionale in otto città: ma all’ultimo istante è stato censurato per paura di ritorsioni contro i funzionari della Random, contro i librai e contro l’autrice stessa che, dal canto suo, dice di non temere affatto la fatwa. Alla Random House dicono di essere “stati avvisati” di questo: avvisati o cordialmente minacciati? Era forse un libro offensivo, menzognero? No, ma si permetteva di affrontare un argomento tabù, intoccabile. Si tratta, com’è comprensibile, di un precedente assai pericoloso e di una “inaccettabile censura”, come ha detto Salman Rusdhie, già vittima della fatwa per il suo Versetti Satanici.
L’islamicamente corretto, come lo chiama l’apprezzato Magdi Cristiano Allam, si nutre di un malinteso multiculturalismo culturale perché si accetta che una delle culture si ponga al di là della critica, mentre il multiculturalismo, se è reale e non astruso come il nostro, non teme la contraddizione. Mentre su Gesù ci sono state “inchieste”, “ipotesi”, ricerche biografiche ed archeologiche, interpretazioni sociali, politiche oltreché, ovviamente, teologiche, su Maometto vige il silenzio, un silenzio di paura che viene malinteso con un vacuo concetto di rispetto per il “diverso” e di tolleranza; mentre eminenti filosofi ci hanno spiegato l’essenza del Cristianesimo, ci hanno mostrato il suo presunto potere alienante e la sua carica superstiziosa e oscurantista, ci hanno spiegato perché non fossero cristiani, sull’Islam tutto tace; chi lo fa, anche tacitianamente, cioè sine ira et studio, viene presto ingiuriato come neo–crociato et similia. Secondo l’islamicamente corretto, i musulmani sono fatti passare come le vittime: dell’imperialismo occidentale, del loro stesso terrorismo, etc., mentre le autorità si guardano bene dall’affrontare la questione islamica, covando probabilmente una serpe nel loro stesso seno. Chi l’affronta, secondo il locus communis filo – islamico, istiga all’odio verso la minoranza musulmana e probabilmente all’odio razziale. Per cui, si accetta deliberatamente di chiudere un occhio su tutti quei temi – tabù sopra elencati. Se diversi secoli di studi cristiani e secolari ci hanno insegnato a ricercare sempre la verità, a non dare nulla per scontato, ad investigare tutto, a conoscere tutto il conoscibile, sull’Islam vige una pacifica abdicazione culturale. Un’abdicazione culturale che è in aperta contraddizione con la libertà: di parola, di stampa e soprattutto di coscienza.