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Cultura - Storia
Il terzo "sacco" di Roma Stampa E-mail
Speculazioni edilizie e ferite al tessuto urbanistico dopo la conquista sabauda
      Scritto da Gabriele Vecchione
22/09/08
villa_ludovisi.jpg
  Villa Ludovisi prima degli stravolgimenti edilizi

A proposito di una delle tante polemiche su Roma, lo studioso Giordano Bruno Guerri, autore peraltro di un libro malizioso su Santa Maria Goretti, ha scritto: “Il Papa è stato più cinico e ipocrita di qualsiasi assessore, fingendo di ignorare che proprio la Chiesa, il Papato, il Papa, sono tra i principali responsabili del terzomondismo di Roma”. In un crescendo rossiniano: “per risolvere i problemi della città bisognerebbe trasferire il Papa”. Ancora: “i Papa-re angariavano la città per arricchirsi, impotentirsi, michelangiolarsi”. Giordano Bruno Guerri è, probabilmente, il primo intellettuale ad attribuire alla Chiesa la colpa storica di aver commissionato a Michelangelo la Cappella Sistina o la Pietà: di qui si può comprendere la saggia provocazione di Paolo VI di voler vendere la Pietà ai cinesi, salvo poi ricevere innumerevoli scongiuri di non farlo. Non pago: “la colpa maggiore dei fascisti è di non avere eseguito lo «svaticanamento d’Italia» proposto dai futuristi”. Or bene, non i tribunali speciali, non le leggi razziali, non l’alleanza subalterna col nazismo, ma non avere cacciato il Papa è stata la maggior colpa del fascismo.

Queste parole dimostrano come quelli contro la Chiesa cattolica ed il Papa siano gli ultimi pregiudizi rimasti leciti ed apprezzabili, incoraggiati da una vulgata opinio alla quale attinge, con furore ottocentesco, anche Bruno Guerri. Fin qui opinioni discutibili, ma il Nostro passa poi alle falsità storiche: “i piemontesi, calati dal nord nel 1870, intrecciarono i loro capitali alle proprietà fondiarie degli ordini religiosi per sensazionali speculazioni edilizie”. E’ senz’altro vero che speculazioni vi furono, ma di certo non da parte di ordini religiosi, che in quegli anni vivevano gli anni più mesti della loro storia grazie a - piemontesissimi, cavouriani e savoiardi - espropri, incameramenti, espulsioni ed arresti arbitrari.

10 settembre 1870: Pio IX, al grido “viva il Papa Re!” della folla giubilante, benedice una fontana nella piazza di Termini, mentre le truppe di Cadorna premono sui confini dello Stato Pontificio (di cui viene troppo spesso travisata la funzione). E’ l’ultima uscita pubblica dell’ultimo Papa Re.

18 settembre 1870: inizia l’assedio dei 60.000 di Cadorna. La città attende muta (strade deserte, imposte sigillate) l’invasione dello straniero. Pio IX ordina al generale Kanzler: “il minimo di sangue, possibilmente senza spargimento di sangue, solo per significare al mondo intero che si cede alla violenza. Appena aperta la breccia, alzare bandiera bianca e inviare una delegazione per la resa”.

20 settembre 1870: i cannoni di Cadorna sparano per quattro ore su Porta Pia. Aperta una breccia, gli italiani irrompono dentro le mura Aureliane. Non trovano un solo romano pronto a “collaborare” o ad esultare con loro. Inizia, dopo quelli del 410 di Alarico e del 1527 dei lanzichenecchi (per lo più protestanti infuriati contro la “Babilonia romana”), il terzo “sacco” di Roma. Non ad opera di barbari o soldataglie, ma dei discepoli della Ragione, del Progresso, della Scienza e degli affiliati alla massoneria.
Come Quintino Sella, il ministro delle finanze, deista ed intransigente anticlericale che, all’osservazione del grande storico Theodor Mommsen: “sarete schiacciati da quelle memorie… a Roma non si sta senza un’idea universale. Sia l’Impero che il Papato guardavano al mondo. Ma voi? Quale idea ecumenica potrà giustificare la vostra presenza sui colli fatali?”, osò rispondere: “la Scienza”, rigorosamente maiuscola. Forse quella stessa Scienza, unica religione e fonte sola della morale, che ispirò allo stesso Sella la scandalosa tassa sul macinato.

Nei primi anni in cui è capitale del Regno d’Italia, su Roma si abbatte la scure del “piccone redentore” e vengono abbattuti palazzi, chiese e quartieri medievali per far posto ai grigi edifici dell’amministrazione burocratica (“appesantiti da un retorico stile neorinascimentale o dal goffo riecheggiamento di modelli antichi… progettati senza tener conto della struttura urbana in cui si inseriscono”, De Vecchi – Cerchiari, I tempi dell’arte) o a devastazioni urbanistiche come il corso Vittorio Emanuele. Obiettivo unico e dichiarato: cancellare la Roma cristiana dei Papi e nemica dei Lumi e liberarla dal cosiddetto oscurantismo medievale.

Una sorte terribile tocca alla Villa del cardinal Ludovisi, cantata nella sua bellezza da Goethe e Stendhal. Acquistata dal cardinale nel 1622, aveva giardini che si estendevano per 30 ettari con fiori e piante del Mediterraneo e del Nuovo Mondo, 450 sculture antiche, frammenti romani (tra cui l’obelisco ora dietro il Palazzo Laterano). I suoi edifici erano stati progettati dal Domenichino e i giardini da Andrè Le Nôtre, l’architetto che progettò la reggia di Versailles per il Re Sole. Nel 1883 la villa viene brutalmente lottizzata (su quei terreni sorgeranno gli attuali palazzi del Rione Ludovisi), non risparmiando nulla: né i giardini di Le Nôtre, la sua unica opera che era presente a Roma, né i labirinti che avevano ispirato, per i loro dipinti, Velazquez e Poussin. Nonostante le proteste dell’opinione pubblica e di Gabriele D’Annunzio, la Villa è destinata a “lavori di pubblica utilità e agricola”, mentre villa Patrizi diventa la sede delle Ferrovie dello Stato e del Ministero dei Trasporti.

Il Rione Prati, “la pianella d’Oltretevere”, che era zona cuscinetto per le frequenti alluvioni del Tevere e destinata ad usi civici per i romani, viene riempito di case, strutture amministrative e strade: tutte rigorosamente intitolate agli “eroi” del Risorgimento o a chi, come Nicola di Rienzo, voleva porre fine al potere papale. E il Rione Prati diventa emblematico della “nuova Roma”, della “terza Roma”, dopo quella dei Cesari e dei Papi: da nessuna delle nuove strade, tracciate con opportuna angolazione, si deve vedere la cupola di San Pietro; nessuna via deve avere la basilica papale come sfondo. Obiettivo tristemente raggiunto.

Una sfida a San Pietro è il Vittoriano di piazza Venezia, il monumento eretto a Vittorio Emanuele II (il primo re d’Italia, anche se volle continuare a definirsi “secondo” per rimarcare la continuità del nuovo regno con quello di Sardegna).

Questo re fu chiamato dalla storiografia di corte re–gentiluomo: ad uno esame storico più attento risulta invece un gaffeur di professione, tutt’altro che gentiluomo. Un amante libertino che, per affari di donne, uccise a bastonate il parente di una donna sedotta; così come picchiò di persona don Giacomo Margotti, direttore de L’Armonia, giornale clericale e non gradito dal re. Lorenzo Del Boca, in Maledetti Savoia!, taglia corto: “il principale impegno del re si riassumeva nel preoccuparsi degli affari suoi, disinteressandosi di quelli del governo”.

Il Vittoriano, dicevamo. Questo monumento è una montagna di pietra alta 90 metri con una base di 150 per 200, per larga parte della sua vita chiusa al pubblico in quanto pericolante. Sorto con l’obiettivo esplicito, tra le altre cose, di “coprire la basilica di Santa Maria in Ara Coeli”, per costruirlo sono stati necessari numerosi espropri e demolizioni: soprattutto del vecchio quartiere medievale che sorgeva alle sue spalle, dove c’erano la casa di Michelangelo, la torre di Paolo III, il cavalcavia che la collegava con palazzo Venezia, tre chiostri del convento di Santa Maria in Ara Coeli e la chiesa di Santa Rita di Cascia in Campitelli, poi spostata dietro il teatro Marcello.
Presto ribattezzato dai beffardi romani “macchina da scrivere”, è stato costruito con un calcare, il botticino (prodotto appunto a Botticino che è nei pressi di Brescia ed era, guarda caso, la circoscrizione elettorale del plenipotenziario e massone Giuseppe Zanardelli), anziché con l’usuale travertino romano. Gli storici dell’arte De Vecchi e Cerchiari, nel volume citato, parlano di “insensibilità” che “raggiunge un livello clamoroso nel caso del monumento a Vittorio Emanuele II… ha il tono di un’esercitazione declamatoria, che non entra in alcun modo in rapporto né con la città né con gli spazi circostanti, anzi si configura come un inserimento violento di un’opera in un’area, quella dei Fori, particolarmente ricca dal punto di vista storico e artistico: in tal modo si rompe quella «felice simbiosi» in cui convivevano le testimonianze di epoche e di civiltà diverse”.

Nel 1888, a due passi dal Tevere, fu edificato il neobarocco Palazzo di Giustizia ad opera di Guglielmo Calderini, presto ribattezzato dai soliti beffardi romani “palazzaccio”. Per i suoi blocchi di travertino sopra il terreno limaccioso ha avuto più volte bisogno di iniezioni di cemento. Noto per le sue linee e decorazioni più che pesanti, doveva rappresentare, nella “nuova Roma”, il nuovo ordine che avrebbe dovuto riparare alle ingiustizie dei Papi e dello Stato Pontificio.

Mentre i Papi continuano a tenere desta la fede nel mondo, e il millenario Stato Pontificio ha reso bella ed eterna Roma, per ironia della sorte, nel 1970, il “palazzaccio” ha rischiato di crollare. Come è ormai crollata quella mentalità prima illuministica, poi positivista e materialista che riteneva la fede una superstizione, un giogo o un’alienazione di cui sic et simpliciter liberarsi. Il Progresso sarebbe diventato la legge immutabile dell’Avvenire; la Ragione avrebbe risvegliato dal “sonno dogmatico”; la Scienza sarebbe diventata morale e religione. Lo spirito della fratellanza universale avrebbe unito gli uomini nella comune fede nel Grande Architetto. Tutto questo è crollato. Ecrasons l’infâme! – gridavano i philosophes, dove l’infame era il Cristianesimo. I loro seguaci al di qua delle Alpi pensavano che ponendo fine allo Stato della Chiesa, avrebbero posto fine al grande infame. Ben altri responsi ha dato la storia.



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