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Temi caldi - Islam
Europa e Islam Stampa E-mail
Rivalitą, ostilitą, estraneitą, partenariato, intrinsecitą
      Scritto da Franco Cardini
01/11/06

Per gentile concessione del prof. Cardini pubblichiamo il testo di una sua conferenza. Le evidenziazioni in grassetto sono nostre.

moschea_sul_mediterraneo.jpgSi dovrebbe anzitutto sgombrar il campo da un problema abbastanza urgente. Se vogliamo parlar dei rapporti storici tra Europa e Islam, questa è la stessa cosa che parlar di “Occidente e Islam”? In altri termini: Europa e Occidente vanno davvero considerati, oggi, come concetti sinonimici? E in che senso, e fino a che punto? E, ora che i musulmani si vanno radicando a milioni nel mondo europeo e/o occidentale, e che sono in crescita anche i convertiti all’Islam d’origine appunto europea (e/o occidentale), e per il fatto di essersi convertiti non sono certo meno europei (e/o meno occidentali), si deve parlare del rapporto Europa-Islam (e/o Occidente-Islam) in termini di estraneità, di affrontamento, di emulazione o invece addirittura d’identificazione-identità, sia pur “imperfette”?


Due fondamentalismi da smascherare.

I tragici fatti dell’11 settembre del 2001, la sacrosanta necessità di obbligare i responsabili a render conto delle loro criminose azioni e di metterli in condizione di non più nuocere in futuro, le preoccupazioni non meno legittime che azioni di rappresaglia o di difesa preventiva avventate possano colpire altri innocenti e trascinare il mondo in una spirale di violenze senza fine, obbligano a una riflessione rigorosa sul momento che stiamo attraversando e sui pericoli che gli sono connaturati.

Secondo una tesi avviata da un grande studioso, Bernard Lewis, il principale problema del mondo musulmano nei rapporti con quello occidentale consiste nella sua frustrazione dinanzi all’evidenza storica secondo la quale, dalla fine del medioevo ad oggi, il primo ha progressivamente perduto la sua superiorità nei confronti del secondo senza rendersi conto delle cause storicamente profonde di tale dinamica. Il complesso fenomeno avviato negli Anni Venti del XX secolo e venuto a maturazione a partire dalla fine degli Anni Settanta – e il primo esito evidente di tale maturazione potrebb’esser considerato al fondazione della repubblica islamica iraniana -, il “fondamentalismo”, è una risposta a quella frustrazione e una proposta di rivalsa.

Esiste senza dubbio un “fondamentalismo” islamico: è ormai così che siamo abituati e definire - con un termine preso a prestito dal lessico delle sètte cristiane statunitensi - l’atteggiamento di una quantità di gruppi e di scuole (peraltro differenti e sovente in conflitto tra loro), nati appunto intorno agli Anni Venti e sviluppatisi soprattutto nei Sessanta-Settanta del XX secolo, alcuni dei quali postulano un’applicazione della normativa giuridica emergente dal Corano e dalla Tradizione (sunna) letteralmente accettati e senz’alcuna elaborazione esegetica, mentre altri sostengono di voler reinterpretare l’Islam nel suo complesso per ricondurlo alla purezza delle origini. Atteggiamenti del genere, com’è noto, sono stati e in qualche misura sono propri anche di alcune sètte o Chiese cristiane che, dal medioevo alla Riforma fino ai giorni nostri, hanno proposto un impossibile “ritorno alle origini” della “Chiesa primitiva”, quella “degli Apostoli”.

Nel mondo islamico, le pretese accampate da questi gruppi fondamentalisti possono in realtà, in qualche misura, rifarsi alle tesi di movimenti religioso-politici del passato (si sono di recente chiamati in causa, un po’ impropriamente, gli sciiti ismailiti della cosiddetta “Setta degli Assassini”, fra XI e XIII secolo). Ma nell’insieme si tratta di istanze nuove, che ben si potrebbero qualificare come “moderniste”: anche - e soprattutto - quando pretendono di rifarsi a un passato remoto.

La loro nascita e il loro sviluppo di situano significativamente tra l’indomani della prima guerra mondiale e la sconfitta araba nella “Guerra dei Sei Giorni” del giugno 1967: dinanzi alla frustrazione profonda del mondo arabo-islamico e islamico ingenerale, che alla fine del Settecento aveva accolto con quasi unanime entusiasmo le proposte di modernizzazione che gli provenivano dall’Occidente ma che ormai si sentiva da esso ripetutamente ingannato, tradito e umiliato (inganni, tradimenti e umiliazioni che non erano affatto solo immaginari), nasceva quasi spontanea l’idea di tornare alla purezza della tradizione musulmana come unico rifugio e unica base per una nuova partenza spirituale, sociale e politica. Ma l’implausibilità delle tesi fondamentaliste - respinte difatti dalla stragrande maggioranza del mondo islamico - consiste tanto nell’impossibilità obiettiva d’un’applicazione letterale e normativa di Corano e di Tradizione come fondatrice d’una vera convivenza civile, quanto nell’arbitrarietà di tale strada mai proposta finora, e quanto, infine, nel carattere non religioso bensì politico della tesi secondo cui il dovere principale del musulmano sia la lotta contro il “Satana occidentale” .

Questa tesi è una sorta di leninismo politico applicato alla fede, che sostituisce la lotta di classe con la lotta religioso-culturale: dovere del musulmano è, semplicemente, uniformarsi con intimo consenso alla volontà di Dio. Tale il significato della parola Islam, la radice della quale è la stessa della parola Salam (“pace”). Sarebbe bene non confondere quindi il sostantivo “Islam” e l’aggettivo “islamico” (o, meglio, “musulmano”, che rispetta di più il termine originario), che indica il fedele dell’Islam, con i brutti neologismi “islamismo” e “islamista”, che tuttavia potrebbero venir usati per indicare le idee e i sostenitori della sciagurata riduzione dell’Islam a ideologia politica. Una manovra, questa, che si autodefinisce antioccidentale: mentre al contrario - accettando proprio uno dei peggiori prodotti della cultura occidentale, l’ideologismo politico - denunzia proprio una perniciosa dipendenza dall’Occidente nei suoi aspetti meno positivi.

Esiste d’altronde, com’è noto, anche un “fondamentalismo” occidentalistico: figlio della caratteristica intolleranza illuminista, che usa com’è noto travestirsi da tolleranza ma che al contrario è profondamente convinta che il mondo delle democrazie liberali e del liberismo economico sia il migliore dei mondi possibili e l’unico, finale e necessario traguardo possibile di qualunque umana cultura. Questo disprezzo per l’ “Altro-da-sé”, capace di tollerare culture differenti dalla sua solo nella misura in cui le ritiene fasi transitorie da percorrere per giungere alla “maturità” occidentale e che in ultima analisi non concepisce niente che nella breve o nella lunga durata possa sfuggire al suo Pensiero Unico e ai modi di vita e di produzione da esso proposti, sembra aver di recente guadagnato anche alcuni ambienti cattolici, magari d’origine “tradizionalista”.

Siamo dinanzi a un nuovo, inatteso totalitarismo. E difatti, ne ha i connotati. Annah Arendt sosteneva che il totalitarismo, in quanto tale, ha bisogno di un “nemico metafisico”: ed ecco il “borghese” per il comunismo, l’ “ebreo” per il nazismo. Ma alla luce dello sviluppo di parte del pensiero liberal-liberista in Europa e nel resto dell’Occidente, segnatamente negli Stati Uniti, nell’ultimo mezzo secolo, si direbbe che anch’esso sia o stia diventando un totalitarismo - pur non avendone i segni espliciti esteriori e apparenti: l’organizzazione del consenso, il controllo delle masse eccetera - perché, sperimentalmente anche se non teoricamente, non sembra poter fare a sua volta a meno di un “nemico metafisico”. Tale è stato e rimane per sempre il nazismo; tale è stato, dopo la sconfitta di esso, il comunismo (o quanto meno, come riduttivamente qualcuno preferisce sostenere, lo stalinismo e i suoi postumi). Spariti questi due mostri, rispettivamente del tutto nel 1945 e in una certa misura nel 1989, sembra che i liberal-liberisti non si siano sentiti comunque del tutto a loro agio finché non hanno individuato un nuovo mortale avversario nell’Islam. A tale scopo, naturalmente, una manovra riduzionistica era necessaria: ed ecco che i fondamentalisti nostrani - con la pretesa di monopolizzare l’intero pensiero democratico e di rappresentare il Bene e il Giusto - hanno decretato che tutto l’Islam è per sua natura fondamentalista o suscettibile di divenirlo; e che tutti i gruppi fondamentalisti sono filoterroristi o potenzialmente fiancheggiatori e simpatizzanti del terrorismo. E, con una caratteristica manovra ricattatorio-intimidatoria tipica di tutte le Cacce alle Streghe che si rispettino, gli studiosi, i politici e i pubblicisti che si oppongono a questa manipolazione livellatrice e fanatica della realtà, sono accusati di essere filoislamici (quindi, si sottintende, filofondamentalisti e filoterrorisii) essi stessi. È un comportamento identico a quello tenuto, tra Quattro e Cinquecento, dai teologi e dai giuristi fautori della realtà dei poteri stregonici: chi non ci credeva, veniva segnato letteralmente a dito come stregone o protettore di streghe egli stesso.

Diciamo la verità. Siamo dinanzi al pericolo di un vero contagio intellettuale e massmediale, che potrebbe dar luogo a un nuovo fenomeno maccartista. D’altronde, l’immagine dell’Islam come “millenario avversario” del nostro Occidente ha largo corso in un mondo disinformato, dotato di scarsa e superficiale conoscenza della storia, abituato agli schemi scolastico-bignameschi, poco abituato a pensare per categorie religiose (incline quindi a sottovalutarle e a considerare semplicisticamente i fenomeni che le riguardano, senza far le dovute distinzioni) e infine profondamente scosso dopo i tragici fatti dell’11 settembre del 2001.

Bisogna dire che questo errore di prospettiva, irresponsabilmente avallato da alcuni mass media e opinion makers, riceve purtroppo un’apparente conferma indiretta nel comportamento di alcuni ambienti musulmani, essi stessi molto poco informati sia della sostanza della loro fede, sia della - del resto molto complessa - realtà politica e culturale del nostro mondo, nel quale essi magari si trovano per esigenze di lavoro o di sopravvivenza, che credono di conoscere sufficientemente perché ne parlano un po’ le lingue e ne guardano i programmi televisivi, ma che nel nucleo profondo sfugge loro tragicamente. In questo modo, i fondamentalisti nostrani e quelli islamici, magari entrambi in buona fede, fanno entrambi il gioco degli agenti terroristi, il fine dei quali è, appunto, tradurre in pratica l’infausta profezia di Samuel Hungtington e giungere allo scontro fra civiltà.

Esiste un antidoto? Sì: ma va assunto subito, e in massicce dosi, prima che sia troppo tardi. Non è verso il melting pot multiculturale che bisogna andare, bensì verso il salad bowl della convivenza entro uno stesso quadro pubblico e istituzionale, nel rispetto delle medesime leggi e nel mantenimento di quelle tradizioni proprie a ciascuna cultura che con tali leggi non siano in contrasto. Bisogna moltiplicare - a cominciare dalle istituzioni, dai posti di lavoro, dalle scuole - le occasioni d’incontro, approfondire le nostre rispettive identità e al tempo stesso studiare e conoscere meglio e più da vicino quelle altrui. Io non credo nella tolleranza astratta: valore debole e retorico, che vacilla al primo soffiar del vento della retorica e del fanatismo, che crolla alla prima ingiusta violenza di cui si sia vittime o spettatori e che non si riesca a razionalizzare e ad analizzare nella sua struttura storica. Io credo nell’incontro, nell’interesse e nella simpatia reciproci che ne nascono, nel confronto tra le tradizioni e le culture condotto nel rispetto reciproco e nel desiderio di rafforzare la propria identità attraverso l’accettazione di quel che è accettabile nelle culture altrui e l’arricchimento che ne deriva. A chi è più vicino un credente cattolico occidentale: a un ateo occidentale o a un ebreo o a un musulmano che condividono la sua fede nel Dio d’Abramo e nella Rivelazione, nel dialogo tra Dio e l’uomo? A chi somiglia di più un euro-meridionale: a un arabo-mediterraneo o a un baltico?


Le fasi di un confronto storico.

Un primo nemico da battere è proprio il pregiudizio psuedostorico, l’aberrante - e a prima vista del tutto naturale, verosimile e fededegna - presupposto della tesi di Samuel Hungtington. Che potrebbe essere anche buon profeta, dal momento che il futuro storico è inipotecabile, che la storia non ha alcun senso immanente e che non c’è futurologia che tenga; ma senza dubbio è un cattivo storico, un incompetente nelle questioni del nostro passato.

L’aberrante presupposto di Hungtington è che quattordici secoli di storia dimostrano che fra Occidente e Islam la guerra è stata continua: da tale presupposto errato egli fa derivare - con sconcertante semplicismo deterministico - la conseguenza che così sarà anche in futuro. La grottesca fragilità di tale inconsistente ragionamento è palese. Tuttavia, anche se esso fosse rigorosamente corretto, il presupposto resterebbe errato.

L’arabo, l’arabo-musulmano, il musulmano tout court come nemici costanti dell’Occidente (e lasciamo perdere il fatto che, come dicevamo avviando il nostro discorso, tra Europa e Occidente è ormai molto discutibile esista una perfetta e totale identità dopo il XVI secolo). Diciamolo chiaro. Questa della guerra costante e della continua inimicizia tra Occidente e Islam è una balla che può esser bevuta solo dagli ohimé troppi nipotini del benemerito garibaldino ed editore Enrico Bignami, inventore del sapere scolastico ridotto in pillole. I molti pacifisti che ieri accusavano di “revisionismo” gli storici i quali si ostinavano a sostenere che la crociata era qualcosa di molto differente da quella guerra di religione ispirata dal fanatismo che essi credevano (Voltaire ridotto appunto in bignamesche pillole...) e che oggi invece si fanno fautori di nuove necessarie crociate per la difesa della libertà, del progresso e magari anche della Borsa, debbono rassegnarsi a tornare a scuola. E arrendersi all’evidenza che la storia, quella vera, insegna. Che cioè i lunghi secoli del confronto tra Europa e Islam furono certo caratterizzati da crociate e controcrociate, e non certo senza episodi violenti e sanguinosi; ma che la crociata non era affatto, non fu mai guerra “totale”; che in quei lunghi secoli - nei quali le guerre guerreggiate furono nel complesso endemiche, ma brevi e quasi sempre poco cruente - quel che di gran lunga prevalse fu il costante, continuo, profondo rapporto amichevole fra cristiani e musulmani nel teatro del mare Mediterraneo. Un’amicizia che si riscontra continua: a livello economico, diplomatico, culturale.

A questo rapporto dobbiamo la rinascita dei commerci e della civiltà urbana dopo la stasi altomedievale; gli dobbiamo la nascita del sistema monetario e creditizio moderno; gli dobbiamo - grazie a uno stuolo d’instancabili traduttori arabi, ebrei e cristiani che lavoravano di comune accordo, soprattutto in Spagna - la stessa nascita scientifica e culturale della teologia, della filosofia, dell’astronomia, della fisica, della chimica, della medicina, della matematica, della tecnologia moderne. Senza l’apporto dell’Islam - riciclatore della cultura ellenistica e divulgatore di quelle persiana, indiana e cinese altrimenti sconosciute all’Europa - non sarebbe mai nata la splendida Europa delle cattedrali e delle università, l’Europa dalla quale è scaturita quella stessa modernità di cui tanto andiamo fieri. Gloria e riconoscenza eterna, diciamolo da europei e da moderni, all’Islam di Avicenna, di Averroè, di Ibn Khaldun: senza i quali non avremmo avuto né Abelardo, né Tommaso d’Aquino, né Dante, né Machiavelli, né Galileo.

Certo, l’Islam di oggi non è più quello di allora. Ma anche su ciò, bisogna intenderci. Europa e Islam hanno potuto trattare da pari a pari finché sono stati più o meno sullo stesso piano. Cerchiamo di distinguere i loro rapporti in cinque specifiche fasi.

Prima fase. Tra VIII e XII secolo, musulmani e bizantini erano incommensurabilmente più colti, più civili, più ricchi dei rozzi euro-occidentali scaturiti dalla decadenza della pars Occidentis dell’impero romano e dall’incontro - del resto fecondissimo - con le culture eurasiatiche.

Seconda fase. Tra XII e XVI secolo europei occidentali e musulmani poterono trattare su un sostanziale piede di parità. Si fecero crociate e controcrociate, si affermarono una letteratura, un diritto, una finanza della crociata. Intanto, però, gli scambi economici, diplomatici e culturali prosperavano. A metà del XII secolo si organizzò a Toledo la prima traduzione del Corano. Dante usò probabilmente un libro mistico-allegorico arabo-iberico fra i testi ispiratori della Divina Commedia. Abelardo, Raimondo Lullo e Nicola Cusano scrissero trattati per dimostrare che le tre fedi nate dal ceppo di Abramo erano sorelle e sostanzialmente convergenti sui grandi temi del primato dell’uomo nel creato e dell’irruzione di Dio nella storia, la Rivelazione.

Terza fase. A partire dalla seconda metà del Cinquecento - grosso modo all’indomani della morte di Solimano il Magnifico, nel 1566 - l’Occidente, nonostante la dura crisi economico-finanziaria che stava affrontando, cominciò a distanziarsi decisamente da qualunque altra cultura. Le invenzioni, le scoperte geografiche e soprattutto la navigazione oceanica costituirono l’autentica, irripetibile e irreversibile “eccezione occidentale” nella storia del mondo. Fino ad allora le differenti culture sparse nell’ecumène avevano comunicato tra loro in modo rapsodico, spesso casuale: ora, le navi e i cannoni occidentali travolsero questo mondo a “compartimenti stagni” e avviarono quell’ “economia-mondo” ch’è la prima fase di quel processo di globalizzazione che solo ai giorni nostri sembra giungere alla sua fase più matura e alle sue conseguenze (forse perfino alla sua conclusione, qualunque essa sia: ed è ancora presto per dire quale).

La culture islamiche (e bisogna tener presente che l’Islam è unico e unito nella sua comunità religiosa, l’umma: diviso però in una pluralità di culture, di stati, di scuole, di gruppi confraternali) non furono da allora più in grado di dialogare e di competere con l’Occidente. Tra XII e XVI secolo, esse avevano funto da tramite temporale e spaziale: avevano passato all’Europa la cultura ellenistica antica da essa dimenticata o sconosciuta, avevano svolto una funzione di tramite delle ricche merci estremo-asiatiche verso il Mediterraneo sia per terra (la “Via della Seta”), sia per mare (le rotte monsoniche dell’Oceano Indiano). Ma ora, gli europei padroni degli strumenti e delle rotte che circumnavigavano il mondo potevano aggirare i tre grandi imperi musulmani esistenti nel continente eurasiatico moderno, cioè il turco ottomano, il persiano safawide, il turco-mondolo-indiano moghul. Ed essi, aggirati, cominciarono prima a decadere progressivamente sul piano economico e commerciale, poi a chiudersi su se stessi e a sclerotizzarsi su quello spirituale e culturale (gli arabi erano già entrati in crisi almeno a partire dal primo Trecento).

Quella che agli occidentali è sembrata la “seconda ondata” dell’immaginario “assalto islamico all’Europa”, dopo la fase espansionistica dei secoli VII-X, cioè l’insieme delle guerre combattute dai turchi ottomani nel Mediterraneo e nella penisola balcanica, è stata in realtà una sorta di partita di giro con le differenti potenze europee, in cui le alleanze cristiano-musulmane si allacciavano e si scioglievano di continuo. È noto che la corona francese tra Cinque e Settecento fu costantemente un’alleata occulta - ma non troppo - della Sublime Porta: e che il lavoro dei pubblicisti e degli eruditi francesi di quel tempo, che inventarono l’epopea delle crociate come gloria europea ma soprattutto francese costruendo così la trappola nella quale sarebbero caduti i nipotini dell’editore Bignami, nacque proprio per fornire al Re Cristianissimo, costante alleato del Turco, un alibi come scudo e spada della Cristianità. È non meno noto che i prìncipi protestanti, l’Inghilterra e a turno Venezia e l’imperatore romano-germanico si allearono con gli ottomani contro i loro fratelli in Cristo. È risaputo che dietro il massacro turco degli otrantini, nel 1480, non c’era la volontà del sultano, bensì la diplomazia di Venezia (e forse quella di Firenze) tesa a creare guai al re aragonese di Napoli e a contendergli la supremazia sullo sbocco dell’Adriatico. È notissimo che il Sacro Romano Imperatore non concedette né un soldo né un soldato per la “splendida vittoria cristiana” di Lepanto del 1571 (della quale certi fondamentalisti cattolici vanno tanto fieri), e che il solo a rallegrarsi sul serio di essa fu lo shah di Persia, musulmano sì, ma sciita e nemico giurato del sultano sunnita di Istanbul. È cosa detta e ridetta che i francesi e i protestanti (e, nel primo caso, perfino il Papa, allora in guerra con Carlo V) furono lietissimi dei due assedi di Vienna, quello del 1529 e quello del 1683. È arcinoto e facilmente verificabile che tra musulmani e cristiani ci sono state molte meno guerre, e molto meno gravi, che non fra tedeschi e francesi o tra spagnoli e inglesi. Lo sanno o dovrebbero saperlo tutti i mediocri conoscitori di storia che le vere guerre di religione combattute nella nostra storia sono state quelle fra cattolici e protestanti, dalla Germania del primo Cinquecento alla Francia della seconda parte di quel medesimo secolo, all’Inghilterra, alla Scozia, all’Irlanda e a tutta l’Europa della prima metà del Seicento. Lì sì che c’erano odio e fanatismo.

Quarta fase. Fino al Settecento, il mondo islamico era rimasto sostanzialmente - a parte la sua periferia sud-orientale, tra Giava, Sumatra e Borneo, e alcune zone dell’India - non toccato dagli interessi e dagli appetiti colonialistici degli occidentali. La Spagna cercò ripetutamente d’impadronirsi di alcune zone dell’Africa settentrionale arabizzata e islamizzata, i portoghesi e più tardi gli inglesi mangiucchiarono qualche frangia dell’islam estremo-asiatico: e fu tutto. Ma col Sette-Ottocento le cose cambiarono. Francesi e inglesi si misurarono in India durante la “Guerra dei Sette Anni”; nel 1798 il generale Bonaparte sbarcò in Egitto, cercò di sollevare i musulmani di quel paese contro il loro sovrano turco nel nome del trinomio rivoluzionario Liberté-Egalité-Fraternité ch’egli presentò magistralmente come l’essenza dello stesso Islam.

E i musulmani ci credettero. Così francesi e inglesi si apprestarono a conquistare Africa settentrionale - e non solo - e Vicino Oriente asiatico, spartendosi l’immensa regione tra Caucaso e Golfo di Aden. Intanto inglesi e russi, tra Mar Caspio e Himalaya, si misurarono nel Great Game tanto ben descritto da Rudyard Kipling per spartirsi l’area centro-meridionale dello sterminato continente asiatico; e lo czar, ora in accordo ora in lotta con l’impero austriaco, cercò di appropriarsi di quelle parti dell’impero turco che gli avrebbero altrimenti impedito di affacciarsi sul Mar Nero e sull’Adriatico. Mentre gli europei suscitavano e appoggiavano in funzione antiturca i nazionalismi serbo, greco e armeno, s’immettevano cultura e modo di vivere occidentali fra le borghesie sirolibanesi ed egiziane, esportando fra loro anche un’idea nuova per il mondo musulmano, quella di patria, e inducendole a credere che grazie all’appoggio dell’Occidente il mondo arabo sarebbe pervenuto alla nahda (“rinnovamento”, “rinascita”), liberandosi progressivamente dallo sclerotico e oppressivo giogo turco e godendo dei frutti del progresso europeo. E i musulmani in genere, gli arabo-musulmani, ci caddero in pieno. I figli degli sceicchi e dei ricchi mercanti accorsero a studiare a Oxford, a Cambridge, a Parigi (dove purtroppo credettero alla triste fiaba romantica delle crociate come guerre coloniali avant la lettre: e diffusero quell’idea nel mondo musulmano, gettando le basi per l’inizio del risentimento “secolare”). Da Istanbul a Damasco ad Alessandria si diffusero le logge massoniche musulmane, all’interno delle quali si approfondiva il tema del rapporto tra razionalismo e umanitarismo occidentale da una parte, etica islamica dall’altra. Nella prima guerra mondiale, il mondo arabo partecipò alla “rivolta nel deserto” raccontata da Thomas E. Lawrence contro i turchi: in cambio, francesi e inglesi avevano promesso al Guardiano dei Luoghi Sacri della Mecca, lo sharif (“nobile”, “discendente del profeta”) Hussein l’unità e l’indipendenza di una “grande Arabia” dall’Oronte al Nilo al all’Eufrate al Golfo di Aden da sottoporre al suo scettro. Nulla di ciò avvenne. Inglesi e francesi, al contrario, frazionarono dopo la guerra il mondo arabo in piccoli stati cui imposero una veste vagamente occidentalizzante, affidarono l’Arabia intera alla tribù fondamentalista dei wahabiti guidati dalla dinastia dei Beni Saud (i “sauditi”) e favorirono l’insediamento dei coloni sionisti in Palestina, curando intanto di far in modo di gestire direttamente o indirettamente la nuova fondamentale ricchezza dell’Oriente della quale l’Occidente era ghiotto: il petrolio. Tra 1918 e 1967, tra Versailles e la Guerra dei sei Giorni, arabi e musulmani passarono, nei confronti dell’Occidente, da una delusione e da una frustrazione all’altra.

Quinta fase. Dopo l’ondata della conquista dei secoli VII-X e quella della intermittente guerra turco-ottomana contro l’Europa, ecco quella che qualcuno chiama la “terza ondata” dell’ immaginario assalto musulmano all’Europa. Quello degli extracomunitari e dei clandestini. Quello ancora privo di armi nel senso vero del termine, ma tuttavia “armato” di aggressività culturale e di vitalità demografica e sostenuto dalla propaganda fondamentalista che mina con l’immigrazione dall’interno quel “Satana occidentale” che vuol colpire con il terrorismo all’esterno. È un’interpretazione folle: che tuttavia è condivisa tanto da alcuni estremisti islamici (“islamisti”, appunto, come si dovrebbero più propriamente chiamare: e nelle ragioni dei quali la religione ha ben poco posto) quanto da alcuni fanatici occidentalisti che hanno bisogno d’identificare nell’Islam il nuovo “nemico metafisico”.


Diagnosi e possibili terapìe.

È fondamentale gestire la quinta fase dei rapporti tra Occidente e Islam, nella quale attualmente ci troviamo, con saggezza e moderazione. Tagliando l’erba sotto i piedi alla velenosa campagna demagogica dei fondamentalisti islamici: vale a dire distinguendo nettamente gli ambienti, i filoni e i fini dei differenti ambienti musulmani; stringendo sempre più i rapporti con la stragrande maggioranza islamica che desidera articolare un rapporto di convivenza tra modernità e Islam; collaborando a risolvere alcuni problemi cruciali - come quello israeliano-palestinese o quello del perdurare delle occupazioni occidentali in Iraq e in Afghanistan, comunque travestite e giustificate - che irrisolti procurano al fondamentalismo e forse allo stesso terrorismo simpatie e connivenze mentre, se fossero risolti, contribuirebbero straordinariamente a rasserenare gli animi. Bisogna colpire il terrorismo non solo nei suoi “santuari” politico-militari, ma anche nelle sue prospettive propagandistiche, combattendo le “sacche di disperazione” che nel mondo musulmano alimentano la folle speranza che quella infame forma di lotta possa condurre a una qualunque redenzione politica e sociale. È necessario rivedere la politica censoria e sanzionistica contro i cosiddetti “stati-canaglia”, una definizione diplomaticamente imprudente e politicamente oltraggiosa, e favorire un loro riavvicinamento al mondo occidentale. È importante alleviare in ogni modo l’ingiustizia e la sperequazione nel mondo, perché i popoli poveri questo aspettavano dall’Occidente e questo gli rimproverano di non aver fatto: Perché senza giustizia non può esserci - come ha ricordato Giovanni Paolo II - vera pace. È fondamentale, nel caso sia assolutamente inevitabile ricorrere alla forza militare contro i terroristi, accertare e dimostrare prima le loro responsabilità e non coinvolgere in rappresaglie di sorta nessun innocente: il contrario, fornirebbe ai terroristi quello che cercano, nuovi martiri seme di nuovi adepti.

È inoltre indispensabile che i nostri mass media abbandonino una volta per tutte quell’infame oltre che pericolosa pratica che consiste nel dar ragione ai terroristi dipingendo continuamente l’Islam come non è ma come essi vorrebbero ridurlo ad essere: una fede guerriera e sanguinaria, che ha come scopo l’assoggettamento del mondo e la lotta alla libertà di religione e di coscienza. A tale riguardo, non mancano purtroppo i politici e i pubblicisti semicolti che prestano orecchio ai seminatori nostrani di menzogne o di mezze verità. Dev’esser chiaro che non corrisponde al vero, e che non giova a nessuno, distribuire spezzoni di teologia o di diritto musulmani e sparare raffica di citazioni coraniche avulse dal loro contesto e prive di qualunque sistemazione critica per dimostrare che la fede coranica è violenta e sanguinaria. A colpi di estrapolazioni, di citazioni manipolate, di confusione fra teorie teologiche e avvenimenti storici a loro volta decontestualizzati, si potrebbero provare anche la natura violenta e sanguinaria della Bibbia, perfino del Vangelo (“non sono venuto a portare la pace, ma la spada”, Matteo, 10,34) ; si potrebbe sostenere il carattere feroce e liberticida anche dell’ebraismo e del cristianesimo, perfino di certi ambienti buddhisti, per non parlare dalle varie ideologie occidentali razionaliste e laiciste, a cominciare dall’illuminismo (e stendiamo un velo sui pensatori dei liberi Stati Uniti, dal “padre” Cotton Mathers fino a Jefferson e a Monroe).

Se faremo tutto questo, riusciremo a spezzare la spirale di violenza che ci sta avvolgendo, e della quale siamo certo in parte vittime - ma non siamo i soli ad esserlo - , in parte tuttavia anche coprotagonisti. Se cercheremo di alimentare nuove crociate, sia pure per replicare agli sconsiderati jihad scatenati contro di noi da minoranze irresponsabili che pretendono di agire nel nome di tutto l’Islam, forse vinceremo molte battaglie. Ma la guerra sarà dura, lunga, dolorosa: e finiremo - non illudiamoci - col perderla tutti.

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