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Notizie - In Europa
L’impegno per le vittime della repressione russa nel Caucaso Stampa E-mail
Intervista all’avvocato di una Ong cecena, candidato al Nobel
      Scritto da Valentina Nuccio a colloquio con Ljdia Yusupova
05/11/07
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 Ljdia Yusupova
Ljdia Yusupova è un avvocato ceceno, donna sensibile all’argomento “diritti dell’uomo”. Non è stato semplice incontrarla. Lei parla solo russo e ceceno, ma lo sguardo vivo e determinato traduce una personalità forte e combattiva. E’ da sempre schierata in prima linea nella difesa dei cosiddetti “casi prefabbricati”, cioè casi di gente accusata ingiustamente e costretta ad ammettere le proprie non-colpe dopo aver subito torture e vessazioni fisiche e psichiche di ogni tipo. A Ljdia, candidata al Nobel per la Pace, ho chiesto in maniera specifica del rapporto con la giornalista russa Anna Politkovskaja, uccisa perché - come l’ha definita l’attrice Ottavia Piccolo - era una “donna non rieducabile”.

Qual è il suo ruolo all’interno dell’Ong Memorial?

Intanto devo precisare che non sono solo io l’avvocato di Memorial. Ci sono altri che ricevono le persone in ufficio e raccolgono le loro testimonianze, altri ancora difendono i loro clienti o partecipano all’investigazione diretta. Il nostro lavoro è quello di tutelare i diritti dei civili che sono stati accusati ingiustamente di aver commesso dei reati, rivolgendoci alle associazioni dei diritti umani.
Di solito si tratta di “casi prefabbricati”: le persone accusate vengono prima torturate e dopo accettano di firmare ed essere condannate per reati che non hanno commesso.

Parliamo del suo rapporto con Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa il 7 ottobre 2006.

Avevamo tropo poco tempo per parlare a livello personale. Anna veniva spesso in Cecenia a lavorare; più che altro collaboravamo con i miei colleghi, che incontravamo in ufficio quando dovevamo agire con le forze d’ordine. In quei momenti, quando ci incontravamo a pranzo, parlavamo di quello che avevamo fatto prima e di quello che dovevamo fare da lì a poco. L’ultima volta che ci siamo incontrate, nel 2005, quando io ero ancora a Grozny, lei aveva parlato con Ramzan Kadyrov, attuale Presidente della Cecenia. Era seduta al tavolo e mi raccontava dell’incontro. Stava piangendo perchè doveva scrivere di quello che si erano detti e, con le lacrime sulle guance, aveva l’aspetto di un bambino. Ad un certo punto ha alzato gli occhiali. Mi sono accorta che non si può dire di una persona che è forte... a me in quel momento sembrava debole.
Anna era molto coraggiosa, molto aperta, ma anche indifesa e sola.

Anna era sola. Ma davvero era etichettata come reietta in Russia?

Non conosco la sua cerchia di amici, ma penso che in Russia la gente non la capisse e quelli che la capivano non potevano parlare, esprimersi in modo libero, aperto.
I collaboratori delle Ong per la difesa dei diritti dell’uomo cercavano di aiutarla e proteggerla dicendole di parlare meno o almeno in maniera più morbida, ma lei agiva come credeva che dovesse essere fatto. Secondo me ha fatto quello che doveva fare.
In modo molto chiaro denunciava tutti i crimini che le autorità russe commettevano. Non era voluta. Specie da chi commetteva quei crimini. Perché chi commetteva quei crimini ora è al potere.

Cosa pensa di Kadyrov?

Prima che Kadyrov diventasse qualcuno in Cecenia la situazione era già compromessa. Lui è solo quello che fa funzionare la politica del Cremlino. Anna parlava spesso del sistema sofisticato della politica russa: se c’è una specie di “normalizzazione” in Cecenia è perchè lo vuole il Cremlino. La normalizzazione serve a loro per le elezioni e tutto ciò non avviene solo qui ma anche in altre parti del Caucaso.

La popolarità di Kadyrov è vera o è legata alla paura che suscita?

No, non è solo legata al terrore. E’ stato versato molto sangue in Cecenia, e quando una persona finalmente sente di vivere bene dice: “Grazie Ramzan!”. Sono stata in agosto e ho visto che, ad esempio, hanno ricostruito un parco con i giochi per i bambini. Vedevo le madri passeggiare coi loro bambini…  la prima volta dopo 15 anni.

La guerra nel Caucaso è davvero finita?

No. Come può essere finita se in Daghestan e in Inguscezia accade quello che accadeva in Cecenia?

E i rapimenti? Le torture?

In Cecenia avvengono di meno perché le persone si trovano o in prigione o sotto il governo delle autorità. In Inguscezia e Daghestan succede quello che accadeva in Cecenia: durante la giornata, le persone vengono portate via e non si trovano più. Il pretesto è sempre lo stesso: sono terroristi.
E posso aggiungere che la Russia porta avanti il terrore verso i popoli del Caucaso.

Cosa c’è alla base di questo conflitto? E’ un problema di origine razziale o economico?

Non voglio parlare degli interessi politici-economici, di questo ne parlano i  politologi e gli economisti. Per realizzare i propri piani la Russia deve sconfiggere i nemici interni ed esterni. In questo caso i popoli del Caucaso rappresentano i nemici interni. Il fondamento di questa strategia è la legge contro il terrorismo, che giustifica tutto il resto. Ovviamente non mancano gli interessi economici.

La comunità internazionale cosa può fare?

Quello che potete fare è avere consapevolezza delle vostre possibilità. Dall’altra parte, se la Russia vi chiude i rubinetti del gas siete legati. Come società civile potete fare molto.

Quali sono i problemi attuali della Cecenia?

Attualmente il problema più grave riguarda la sanità. C’è la percentuale più alta di bambini ammalati di tubercolosi di tutto il Caucaso.



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