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Sport
I diritti del pallone, tra realtą e illusione Stampa E-mail
Il calcio dovrebbe come un'azienda predisporre un piano industriale
      Scritto da Giorgio Tosatti
12/01/06
Ultimo Aggiornamento: 09/10/06
calciotv.jpg Oggi si parla di una legge che renda di nuovo "collettiva" la vendita dei diritti televisivi, consentendo una maggiore redistribuzione dei proventi economici tra "grandi" e "piccole" società. Ma già il 3 marzo 2006 la Lega calcio aveva raggiunto l'accordo sulla "mutualità" (la spartizione dei proventi). Ricordate le grandi polemiche ("Noi non scenderemo in campo contro le grandi!", ecc.)? Parecchia demagogia e fumo negli occhi, come spiegava già Giorgio Tosatti in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 12-1-2006

È mortificante notare con quanta ignoranza, demagogia e superficialità si tratti il problema dei diritti tv nel calcio. Sui quali sarà opportuno ricordare alcuni punti fermi.

1 La teletrasmissione in diretta di una partita è, di fatto, l’estensione dello stadio reale. Invece di vendere abbonamenti e biglietti ai tifosi presenti nell’impianto, li cedi a chi non potendo recarvisi (per lontananza e altri motivi) la guarda sullo schermo.

2 Nessuno in nessun Paese ha mai chiesto che i proventi degli incassi allo stadio venissero divisi equamente fra tutte le partecipanti al campionato. Perché la loro proprietà è di chi organizza l’evento. Perché chi ha circa 170 mila spettatori in un anno (come Brescia e Siena nel 2004-05) non può pretendere di fare a metà con Milan (1.216.000), Inter (1.083.000) e Roma (850 mila). Proprio il seguito del pubblico ha consentito ad alcuni club (Napoli in testa) di competere con rivali finanziariamente più ricchi.

3 Ciò nonostante in Italia il 18 per cento degli incassi viene dato alla squadra con meno clienti. In tutti gli altri Paesi chi organizza si tiene tutto.

4 Per logica assonanza lo stadio televisivo si basa sugli stessi principi e premia chi ha più utenti. Anche qui viene riconosciuto il 18 per cento agli ospiti. Percentuale che sarà aumentata - c’è già un abbozzo di accordo - al 19 e poi al 20 per cento. Legittimo discutere una ripartizione ancora più favorevole per i club medio-piccoli. Ma senza dimenticare che essi nel 1999 depauperarono la serie A, destinando ben 200 miliardi (lire) alla B. Decisione presa da chi preferiva - pur partecipando alla A - garantirsi un paracadute economico in caso di retrocessione. Comprensibile con 4 bocciate all’anno su 18. Ora sono solo 3 su 20. Ma fu quella scelta a dissestare il sistema, togliendo risorse alla A e ingigantendo i costi della B. Il modello Premier League non prevede nessun finanziamento alla B. Anche negli altri Paesi europei essa riceve aiuti molto ridotti. Non è giusto, quindi, sostenere che nel nostro calcio manchi una forte mutualità interna. Anche per i diritti tv, quale che sia il modo di venderli, all’estero non si riconosce una percentuale agli ospiti.

5 Sono favorevole alla cessione collettiva dei diritti tv specie per due motivi: stabilire una comune strategia di vendita e uniformare le scadenze contrattuali. Ma è semplicistico dire: abroghiamo la legge D’Alema per cancellare la soggettività dei diritti. Essa fu il prodotto di tre situazioni. L’Antitrust proibì la vendita collettiva, minacciando Carraro (allora presidente della Lega) di rinviarlo a giudizio se proseguiva su quella strada. Fu concessa una deroga solo per i diritti in chiaro, previo accordo unanime di tutti i club. Diverse sentenze europee stabilirono che i diritti relativi a uno spettacolo sono di chi l’organizza. Si cercò di equilibrare il mercato, ponendo dei limiti (il 60 per cento) al possesso dei diritti tv. Ciò non impedì il monopolio di Sky e l’attuale caos. Solo in Italia e Grecia la materia è regolamentata da una legge, in entrambi i Paesi si vuole abolirla. Giusto. Ma sarebbe assurdo sostituirla con una legge che imponga la vendita collettiva dei diritti. Perché la Costituzione garantisce la proprietà. Come imporre una cessione forzata a s.p.a. con fine di lucro e persino quotate in Borsa? Si codificherebbe una sorta di esproprio. Come annullare contratti sottoscritti nel rispetto della legge esistente? Un simile intervento non resisterebbe alla prova dei tribunali. Solo una scelta condivisa da tutti i club e un accordo rispettoso del diritto può risolvere il problema. Né una legge più sbagliata di quella attuale, né la conta dei voti.

6 Conviene sgombrare il campo da tesi non suffragate dalla realtà. «Il sistema con cui vengono ceduti i diritti tv non incide sulla competitività». In Francia vendita collettiva: il Lione ha già in tasca il quinto scudetto consecutivo. Idem in Germania: il Bayern ne ha conquistati sei negli ultimi dieci anni e ha ipotecato il settimo. Chi cita la Premier League, come perfetto esempio di equità, dovrebbe almeno leggerne l’Albo d’oro. Da quando esiste, il Manchester ha vinto 8 campionati, l’Arsenal 3, il Blackburn uno. Poi Paperone Abramovich ha ucciso il torneo. In Italia vendita soggettiva, tranne la tv in chiaro: nell’ultimo decennio 5 titoli alla Juve (avviata verso il sesto), 3 al Milan, uno a Roma e Lazio. Ci sarebbe più competitività senza l’anomalia Inter: mai vinto, pur incassando quanto le altre due grandi. Il problema non è solo di risorse, ma di come le si gestisce. Ciò riguarda anche il Real Madrid: solo 3 scudetti in Spagna (vendita soggettiva con qualche variazione) nonostante un investimento economico senza pari nel mondo. Va verso il quarto il Barcellona, due sono andati al Valencia, uno a Deportivo e Atletico. Come si vede, una discreta alternanza. Cessione individuale in Portogallo e dominio (6) del Porto. Vendita collettiva in Olanda (ma alcuni club hanno una fetta più grossa): Psv 5, Ajax 4, Feyenoord 1. In Grecia l’Olympiacos ha vinto 8 titoli, nella Repubblica Ceca lo Sparta Praga 7.

7 Ciò dimostra che non è il sistema di vendita e neppure la ridistribuzione delle risorse nei vari campionati a ridurre la competitività. Intendiamoci: ovunque ha sempre vinto lo scudetto un piccolo gruppo di club. Ma lo squilibrio si è accentuato. «Colpa dell’Uefa e della Champions». Fin quando c’erano la Coppa Campioni, la Coppa Uefa e la Coppa delle Coppe (tutte a eliminazione diretta) il calcio europeo è cresciuto in modo equilibrato: moltissimi club avevano la possibilità di mettersi in luce, di avere spazi televisivi liberi, introiti dovuti ai risultati e abbastanza equamente divisi. Poi l’Uefa, per tener buoni i grandi club in rivolta, ha abolito la Coppa delle Coppe, svilito la Coppa Uefa confinata al giovedì, requisito martedì e mercoledì per una Champions a gironi, creando un’élite europea che ha letteralmente ricoperto d’oro, consentendole di prendere un vantaggio incolmabile (economico e agonistico) sulle rivali interne. Una ventina di club hanno un posto quasi fisso nella Champions, sono quelli che dominano i rispettivi campionati, grazie ai soldi dell’Uefa, la quale vende i diritti collettivamente: i partecipanti son ben felici di consentirglielo, visto i ritorni. Ma la maggioranza dei club, quelli fuori dal giro, ne hanno ricevuto un danno enorme. Ci rifletta chi ritiene la vendita collettiva una sorta di panacea. La Champions sta togliendo competitività ai campionati: basta leggerne le classifiche. Eppure in Germania le grandi vogliono ridiscutere la ripartizione interna in senso più meritocratico per poter meglio competere a livello europeo.

8 Si discute, giustamente, di come ripartire le risorse in serie A. Nessuno affronta il problema più importante: il confine fra i diritti soggettivi e quelli collettivi. Mi spiego. La Lega vende collettivamente i diritti in chiaro su A, B e Coppa Italia. Soldi che vanno a pagare (con giochi, sponsor e altre voci) l’enorme mutualità concessa alla B. Ma, se il vecchio «Novantesimo Minuto» e l’attuale «Serie A» appartengono a tutti, perché similari trasmissioni fatte sul satellitare o sul digitale vengono realizzate acquistando diritti soggettivi? La trasmissione della partita appartiene al club, i programmi sul campionato (dagli highlight alle interviste, da tutte le gare vendute insieme agli approfondimenti) appartengono a chi organizza il campionato, cioè alla Lega, cioè alla comunità. In Inghilterra questa divisione è chiara, da noi no. Non esiste proprio. Ecco perché ci vuole un dirigente esterno che difenda gli interessi di tutti. Già ponendo dei limiti fra ciò che è cedibile dal club e ciò che va ceduto insieme, si riequilibrerebbero le risorse. Non basta: ci vuole (e manca) una strategia di vendita. Perché il diritto di proprietà non significa diritto di cessione. Il digitale terrestre svuota gli stadi, abbassa il valore del prodotto, gli nuoce? Non lo si vende. O si fa una sperimentazione a tempo. Idem per i telefonini, per Internet ecc. Ma chi ha mai pensato in modo strategico? Si litiga



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